Giacomo Gigantelli - VeroRock.it

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Giacomo Gigantelli

Giga

(Agosto '08) - Verorock continua a mettere a nudo i grandi del passato e del presente: stavolta tocca a Giacomo “Giga” Gigantelli, un’artista fin troppo sottostimato da stampa e fans ma che ha dalla sua il pregio di essere stato uno dei musicisti che ha dato il via alla scena metal italiana. Tra progetti vecchi e forse nuovi, il racconto del Paul Stanley italiano per eccellenza. 

 

Allora Giga, cominciamo a parlare partendo dall’inizio: quand’è che hai deciso di diventare un musicista?  

 Dunque, i miei primi passi li ho fatti insieme a Stefano Pisani, il mio compagno negli Spitfire. Eravamo amici d’infanzia e condividevamo gli stessi gusti musicali. A quei tempi, ti parlo di quando avevamo 13- 14 anni, si ascoltava la prima musica elettronica tipo i Rockets che ci piacevano anche perché erano truccati  fino a che non scoprimmo i Kiss. Vidi il primo disco che era Alive II nel 77-78 e mi chiesi cosa fosse questa cosa perché fino a quel momento non ero mai stato colpito dalla musica Rock in generale, ma questa combinazione tra musica e spettacolo visivo mi colpì molto e mi diede la spinta per ascoltare tutto il Rock. Il vero inizio si ebbe con le chitarre finte, dopodiché decidemmo di andare a vedere i Kiss dal vivo per la prima volta nella nostra vita, il 2 Settembre 1980 al Vigorelli di Milano e li accadde un’altra cosa importante che ci convinse ancora di più a fare sul serio, oltre ovviamente a vedere i nostri beniamini in Italia con il loro show con effetti speciali ecc. Prima di loro suonava un gruppo per noi sconosciuto che si chiamava Iron Maiden. Alla fine di ogni loro canzone io e Pisani ci guardavamo in faccia meravigliati e rimanemmo talmente folgorati che il giorno dopo il concerto prendemmo la decisione di metterci a suonare davvero. Convincemmo i nostri genitori a regalarci a lui la prima chitarra e a me il primo basso poiché a me era sempre piaciuto Gene Simmons ma quando vidi Steve Harris fu il colpo decisivo. Da li partirono le varie idee, progetti che si hanno a quell’età. Dopo circa un anno, intorno al 1981 c’era un gruppo chiamato Spitfire che all’epoca era l’unico gruppo heavy metal esistente a Verona che vedemmo per la prima volta in concerto e che dopo un mese incontrammo per strada e ci disse che stava cercando un cantante e un chitarrista. Io già suonavo il basso ma iniziai come cantante anche se all’epoca la cosa non mi piaceva molto, ma se quello era l’unico modo di fare heavy metal l’avrei comunque fatto. Dopodiché il bassista se ne andò dal gruppo per motivi personali e anziché cercarne un altro mi misi a suonare il basso e contemporaneamente a cantare. Poi da li sono nati i vari progetti legati al nome Spitfire.

 

 

Come era l’allora scena di Verona?  

 Non esisteva una scena. La scena eravamo noi che facevamo heavy metal, un altro gruppo che coverizzava i Ramones e qualche altro gruppo che faceva roba alternativa. C’era molto movimento, era un bel periodo un po per tutta Italia e anche per Verona, ma come scena heavy metal noi eravamo i primi, poi sono arrivati gli Exile (la band di Gianni della Cioppa NdA) e anche altri gruppi. Dopo si sviluppò tutto molto in fretta a Verona e in tutta Italia ci fu un’esplosione gigantesca dell’Heavy Metal. Bel periodo, un bel periodo davvero perché anche se mancava la tecnica le idee c’erano e vorticose.

 

Gli Spitfire partono a cavallo del 1980 -81 e già nell’82 incidono un demo che è finito poi nel disco dell’Andromeda Relix..fu la prima vera incisione degli Spitfire se non vado errato.

 Si anche se un po ridimensionato, ci sono le versioni live. Abbiamo cercato di rendere un po più credibile il prodotto che all’epoca era registrato veramente male e si, quel demo è la prima registrazione ufficiale degli Spitfire, registrata in uno studio di registrazione sul Lago di Garda con persone che non conoscevano assolutamente l’heavy metal. Fu una cosa molto live.

 

 

In seguito ci fu il periodo di silenzio dal 1986 al 2004 dove ci fu l’occasione della reunion per il primo festival totalmente dedicato alle band italiane dell’epoca, l’80’s Italian Legions Attack. Che ricordi hai di quel giorno?  

 Non si può certo dire che non sia un bel ricordo, dopo tanti anni nonostante non mi fossi mai perso di vista con Gaetano Avino e Stefano Pisani i quali intrapresero altre scelte e altri progetti dopo la fine degli Spitfire, ci fu appunto l’occasione di Gianni Della Cioppa che ci chiese di provare a fare una reunion giusto per l’occasione. Facemmo 3-4 prove e buttato giù i brani del periodo in cui gli Spitfire eravamo noi tre perché erano i brani con un certo spessore, che rispecchiano quello che piace ancora a noi tutt’ora, con l’aggiunta del brano del 45 giri “Blade Runner”. Non potemmo fare di più. Siamo molto soddisfatti anche per la risposta del pubblico quella sera nonostante fosse un giovedì sera. Un’esperienza che ci ha lasciati davvero contenti anche se è rimasto solo un episodio. Adesso vedremo se varrà la pena riprendere in mano il discorso.

 

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 Ecco tornare con la formazione a tre è stata una scelta puramente personale o ci sono stati delle decisioni studiate precedentemente?  

 No è stata la scelta più logica e veloce possibile perché io Avino e Pisani  siamo sempre rimasti in contatto mentre gli altri li avevamo proprio persi di vista e sarebbe stato troppo complicato andare a ricercare persone che magari avevano cambiato stile di vita, che non sapevamo che fine avevano fatto, sarebbe stato tutto più difficile anche a livello di tempo poiché i tempi per preparare la cosa non erano molto lunghi e quindi abbiamo deciso di far così.

 
Nel 1986 ci fu il canto del cigno per gli Spitfire con la pubblicazione dei famosi pezzi con cui l’Andromeda Relix ha realizzato la raccolta “Heroes in The Storm”, dopodiché il gruppo si scioglie e tu entri nei Danger Zone..  

 Si può riassumere così la cosa: per un breve periodo di tempo, circa un anno, suonai sia con gli Spitfire che come bassista in un gruppo storico di Verona che si chiamava Punto Morto Superiore. In quel periodo migliorai le qualità tecniche del basso, visto che saper suonare uno strumento è molto importante per un cantante e quindi ho avuto la possibilità di esprimermi in tal senso con questo gruppo con cui facevo uno stile differente dagli Spitfire, un Rock stile PFM, suonato bene a livello di tecnica. Era un periodo in cui però non ero molto contento; con gli Spitfire c’era qualcosa che lasciava intendere che prima o poi sarebbe finita poiché cominciavano a esserci nella band idee di fare progetti diversi mentre io ho sempre cercato di fare della musica la mia professione se fosse stato possibile. Così grazie a Gianni della Cioppa mi arrivò l’opportunità di divenire cantante dei Danger Zone che io volli provare a prendere visto che a Verona la cosa ristagnava e non vedevo sbocchi per il futuro. Feci un provino e una volta arrivato a Bologna capii che Verona era molto provinciale a confronto; sentire un gruppo che suonava un altro genere ma da cui capivi tutto ciò che girava intorno alla città di Bologna come mentalità, cultura musicale di un certo tipo, molte band ecc. mi dava tutta un’altra idea. Io andai li senza pretese e a loro piacqui. Era verso la fine del 1986, gli Spitfire avevano da poco concluso il demo che poi è finito sul disco dell’Andromeda Relix e una volta entrato nei Danger Zone ci fu subito da registrare il brano ( I Can’t Live Without You”) che finì poi sulla compilation Metal Maniac della Durium, che un po di fortuna ce la portò visto che andammo anche come ospiti a RaiTre due volte. Per me fu la prima tappa del mio scopo, fare qualcosa con la musica. Ci furono tanti sacrifici da fare come trasferirsi a Bologna ecc..ma che si fanno se si crede in qualcosa e fu una cosa naturale. Mi dispiacque per gli Spitfire anche perché non è che presi e me ne andai piantandoli in asso, ogniuno semplicemente prese la sua strada e alla fine il gruppo si sciolse.

 

Parlando dei Danger Zone si parla di Line of Fire, il famoso disco fantasma mai uscito…  

 Parlare dei DZ vuol dire anche i tempi dei demotape che avevano lo scopo di trovare qualcuno che ci producesse però a livello americano. Ci sentivamo stretti per l’Italia, sapevamo di altre bands che avevano tentato la fortuna in America ma non ci erano riuscite. In quel momento eravamo cinque persone e non è facile trovare cinque componenti con lo stesso scopo cioè quello di provare a entrare nel mercato americano poiché l’Italia non era ancora pronta per quel tipo di musica nonostante ci fossero stati già dei tentativi cantati in italiano ma che non ci convincevano, ci sembravano cose raffazzonate li per li mentre le produzioni americane continuavano a essere ottime. Avevamo già in programma il primo viaggio in America nel 1988 dove avremmo presentato i nostri demotape alle case discografiche, ma al tempo stesso successe che ci chiamarono per fare da spalla ai Saxon. Noi ci andammo senza pretese così per provare, senza sapere che quel concerto ci avrebbe poi portato a fare quel disco; Biff Byford parlò molto bene di noi al suo roadmanager che in quel momento era un certo Francesco Sanavio che ci contattò dicendoci che era intenzionato a fare una produzione di un gruppo rock italiano, che Biff si era molto raccomandato sui Danger Zone e ci invitò per discutere la cosa. Noi andammo nel suo ufficio ma non ci impressionò, nel senso che non ci volevamo buttare subito tra le braccia di qualcuno solo perché ci voleva produrre, noi avevamo il nostro viaggio americano e l’abbiamo fatto. Quando siamo tornati lui tornò di nuovo alla carica e venne a chiederci prima di tutto e di questo dobbiamo rendergliene merito, cosa volevamo. Non era facile soprattutto a quei giorni trovare qualcuno che ci desse carta bianca. Noi chiedemmo subito una produzione americana anche se ci avevano proposto delle produzioni italiane tipo Vasco Rossi, però la nostra idea era quella, decisi di andare avanti per la nostra strada anche se avessimo sbagliato. Così nel giro di poco tempo ci trovò questa produzione americana con Stefan Galfas, Jody Gray e Mark Cobrin che vennero in Italia, che chiesero e ottennero non uno studio qualsiasi ma chiesero il top e cioè i Condulmer Studio di Treviso dove vi avevano registrato i Simply Red e anche Vasco Rossi, quindi il disco fu fatto li con ospiti d’eccezione come Grace Jones. C’è da dire che i contatti con i produttori americani con Sanavio, che divenne allora nostro manager, portarono a imporci delle cose che a noi non piacquero ma che abbiamo deciso di tenere perché ormai la strada era imboccata e vedevamo nella cosa un seguito e quindi abbiamo deciso di metterci completamente nelle mani di questa produzione. Purtroppo ci furono dei cambi di lineup a livello personale, più altre complicazioni che a noi non ci furono mai dette (leggasi soldi) abbinate al fatto che sfortuna volle che in quegli anni in America si svegliò il movimento grunge e le case discografiche cominciavano a mettere sotto contratto gruppi di merda purchè facessero grunge e magari lasciavano a casa gruppi hard rock. Purtroppo tutto o quasi va in funzione della moda e noi  rimanemmo invischiati in quel vortice. Non ultimo il pensiero che non credessero veramente in noi anche se non è possibile provarlo al 100%; se magari il disco fosse uscito avremmo visto che tipo di riscontro avrebbe avuto. Fatto sta che nel 1992 tornammo in America per fare showcase per i discografici e nonostante il disco fosse stato finito, nessuno volle pubblicarcelo.

 

A proposito di questo motivo, come mai ancora oggi ci sono dei problemi legali che impediscono la pubblicazione postuma del disco?

 Ma guarda qui entriamo in problemi tecnici di cui non me ne sono mai interessato e non vorrei dire stupidaggini, casomai per questa cosa rimandiamo a una prossima intervista a Roberto Priori che sicuramente ne sa più di me, visto che era lui che gestiva questo tipo di cose  ed è la persona più indicata poiché è sempre rimasto nel mestiere e quindi ti saprà meglio dare lui una risposta.

 

Nel 2001 c’è un progetto solista di musica progressive che ti vede coinvolto con il tuo vecchio amico Stefano Pisani..ci butti giù due parole al riguardo?  

Certamente. Dopo che tornai dagli Stati Uniti io e gli altri  avemmo una grossa crisi d’identità, i Danger Zone si sciolsero e io ebbi una crisi d’identità mostruosa, tant’è che smisi di suonare per circa dieci anni pensando di non esserci riuscito nonostante ci avessi provato, però dopo questo tempo questa passione che avevo mi è ritornata a galla. Non avevo più una band e quindi decisi di buttar giù delle idee che avevo facendo tutto in casa perché a quel tempo non avevo nessuno a cui appoggiarmi né tanto meno soldi da investire; sono molto legato a quella produzione molto semplice che magari potrebbe essere trovata strana da chi mi ha seguito nei miei anni metal, ma c’è un motivo; uno dei miei gruppi preferiti oltre ai Kiss sono i Kansas e alcune sonorità progressive mi sono sempre rimaste, quindi ho cercato di buttar giù delle idee e mi è venuto fuori questo piccolo demo di sei pezzi che racchiudono un concept, che danno l’idea di poter essere un genere adatto per una colonna sonora di un film fantasy, rock fantasy progressive. Non essendo mai uscito non ci sono delle recensioni che attestano se poteva essere una cosa valida o meno, lo tengo per me ma non è detto che in futuro possa avere qualche altra idea di questo genere. Non ne ho fatto più niente perché poi mi sono rimesso a suonare live seriamente con il tributo ai Kiss e ho abbandonato il progetto progressive.

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Quindi dopo gli anni di buio ti vediamo tornare fortunatamente in scena con questo tributo ai Kiss, i Juliet Kiss, ma mi sorge spontanea una domanda: perché sei voluto tornare con una cover band e non tirare su una band nuova?  

 Anche qui è un po difficile rispondere. Avevo appena finito quel progetto solista e non potevo in quel momento impegnarmi di più. Creare una band nuova significava trovarsi assiduamente in sala prove, fare pezzi propri è sicuramente molto più complicato e che richiede del tempo e a livello personale mio non potevo dedicare tutto quel tempo. La fortuna volle che riuscìì a trovare delle persone appassionate dei Kiss e fu una cosa incredibile trovare nella stessa città altri tre pazzi come me. Quella fu un’occasione in cui mi volli mettere alla prova, cioè vedere se ero ancora in grado di suonare in una band live perché una cosa è se fai un progetto in studio con un computer per conto tuo, un’altra è suonare con una band. La cosa è partita essenzialmente perché ci divertiva ma anche per me stesso per vedere se ero ancora in grado di stare su un palco. Il fatto poi di truccarsi come i Kiss è una cosa che mi ha preso la mano e mi ha aiutato ancora di più a tornare sul palco; il fatto di essere li dove tu non sei conosciuto come Giacomo Gigantelli, mi ha permesso di buttare fuori quello che avevo dentro senza timori e a farmi capire che il rock’n’roll era ancora dentro alle mie vene. Il tributo ai Kiss continua tutt’ora e secondo me c’è bisogno in alcuni casi specialmente qui in Italia di qualcosa che diverta. Divertirsi col rock’n’roll è la cosa migliore se si può farlo. Ai concerti dei Juliet Kiss vengono oltre ai fan dei Kiss stessi anche persone che non sanno chi sono i Kiss, che non li hanno mai sentiti e gente che non sa neppure cosa è il Rock. Sentire queste persone alla fine dei concerti dire che il giorno dopo vogliono andare a comprarsi i dischi dei Kiss è una cosa che mi soddisfa molto più del denaro. Il denaro che non c’è ma che serve comunque per tirare su un concerto stile Kiss come si deve. Di gente che ama il Rock ce n’è e ce ne sarebbe ancora molta di più se anche i gruppi che fanno musica loro cercassero di essere meno seriosi e coinvolgessero di più la gente. Ovviamente non dico che sia tutto così,  questa è un po una piccola critica che voglio fare ai gruppi italiani di adesso che a volte mi capita di vedere, ragazzi che avrebbero bisogno di tornare un po indietro nel tempo negli anni Ottanta o anche Settanta e capire cosa c’era al tempo, ossia che le band si divertivano di più e facevano divertire di più. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di fare questo, anche se facessi qualcosa di mio lo farei principalmente per divertire me stesso, perché solo divertendomi e trasmettere quello che sento alla gente, la gente può avere sicuramente una risposta di conseguenza.

 

E perché non tornare con gli Spitfire? (risate generali NdA)

Qui ti volevo!! (altre risate NdA)

Potrebbe esserci anche questa possibilità. Ci siamo ritrovati io Pisani e Avino e abbiamo deciso di rifare qualche altra prova insieme per vedere cosa succede. In questo momento della mia vita musicale sono aperto a qualsiasi cosa, l’importante è che ci sia entusiasmo perché io ho bisogno sempre di stimoli. Ci siamo visti, la cosa potrebbe essere simpatica, speriamo che abbia un seguito. Non sarà semplice come preparare un concerto come quello di Valpolicella perché in quel caso li avremmo bisogno di tirar giù un repertorio di almeno quindici brani per fare un concerto intero e quindi è una cosa che richiede un lavoro enorme di ripescaggio di cose vecchie inedite e riportarle ai giorni d’oggi in cui la tecnica è migliorata, quindi se c’è entusiasmo la cosa si può fare.

 

Visto che non è stato per certo demerito vostro che la situazione è andata a naufragare, non hai mai pensato di ritornare anche con Priori a riprendere in mano il discorso Danger Zone?  

 Il discorso è che comunque, grazie al fatto di essere tornato a suonare con grande piacere ovviamente con Priori con i SunsetSkool, non credere che non se ne sia mai riparlato ma è una cosa quasi irrealizzabile perché una reunion significa non solo io e Priori ma tutti i componenti che c’erano allora e purtroppo il bassista è rimasto negli USA e ha la sua vita li, con altri abbiamo perso i contatti, altri ancora non ne vogliono più sapere e hanno altre cose quindi è difficilissima una cosa del genere, però non è fuori dal contesto il discorso di riscrivere qualcosa assieme come Gigantelli – Priori. Vediamo cosa ci riserverà il 2008. Priori tra virgolette sono i Danger Zone per cui…vediamo, ci siamo parlati e le possibilità di far qualcosa ci sono. Lui ha molti progetti, io ho una vita abbastanza intensa, se  deve venir fuori qualcosa deve venire molto naturale, ponderata e con calma. A questo punto non dobbiamo tornare negli Stati Uniti un’altra volta. Le possibilità per registrare un album con qualità notevoli ci sono, non è più come una volta che volevamo una produzione americana. Anche una produzione fatta in casa oggigiorno è una buona produzione.

 
Potrebbe essere una buona occasione di veder sbloccare anche Line Of Fire da quei problemi che lo attanagliano? Diciamo che i progetti in generale non ti mancano finora…

  Per come era uscito allora la vedo dura, quello che è stato fatto all’ora è impossibile che si veda però ripeto bisognerebbe parlarne con Priori per questioni tecniche. Non è detto che pezzi di quel disco o inediti o dei demotape non possano essere rivisti, ci stiamo pensando.

Adesso poi essendomi rimesso in gioco ho anche altre proposte che mi arrivano ma le devo valutare, non voglio fare nomi, ma ho avuto delle proposte per rimanere nel mondo dell’heavy metal italiano. Sono cose che non mi convincevano fin da subito e cose su cui ci devo pensare bene. Io se ho la possibilità di cantare una buona canzone Rock lo faccio senza problemi. Mi considero libero e se venissero progetti alternativi a Spitfire  Juliet Kiss e SunsetSkool io comunque li faccio, senza però escludere quello che sto già facendo, perché se mi impegno in qualcosa in cui credo continuerò sempre a farlo. Quindi i Juliet Kiss rimarranno così come rimarranno i SunsetSkool, poi dopo se ci sono sviluppi molto più seri è chiaro che bisognerà prendere una decisione ma per ora riesco a far tutto.

JK

Prima di arrivare alla fine Giga, c’è un disco in uscita, il disco che i Juliet Kiss si apprestano a pubblicare…  

 Si siamo riusciti a fare questo cd che dovrebbe avere distribuzione europea che si intitolerà “Verona Rock City”, un cd completamente nostro dove tutti i brani dei Kiss sono rivisitati nel nostro modo perché parliamoci chiaro noi non siamo i Kiss né tanto meno pensiamo di esserlo, quindi abbiamo cercato di mettere in pratica le nostre qualità per rendere il prodotto musicalmente credibile e che non fosse solo uno scimmiottare i nostri idoli. Ho sempre voluto, fin dall’inizio, dare un’impronta credibile ai Juliet Kiss tant’è vero che all’inizio non ci truccavamo neanche. Io poi provenendo da un’esperienza americana avevo ricevuto degli insegnamenti che non mi avrebbero potuto far suonare in una band d’immagine e basta. Abbiamo voluto fare questo disco anche perché non ne sono usciti moltissimi di cd tributo ai Kiss fatto da un solo gruppo. E’ una cosa che ci è piaciuta e rimarrà un bel ricordo, di sicuro è un bel biglietto da visita per noi per future esibizioni live.
 

Ultima domanda prima di chiudere: ma è vero che non hai mai avuto un bel rapporto con la stampa? Lascia inoltre un saluto se vuoi ai lettori di Verorock!  

 Diciamo che non ho una buonissima opinione di certi giornalisti, come non ce l’ho in varie altre persone d’altronde. In tutti questi anni chi ha goduto della mia stima si conta sulle dita di una mano ( una è quella che mi sta davanti!), però non importa il mondo va avanti anche senza di me.

Io vado avanti per la mia strada e appunto come diceva Gene Simmons, che si parli bene oppure male di qualcosa, l’importante è che se ne parli.  

Saluto tutti i lettori e i fans del metal italiano, grazie di esistere e mi raccomando,  abbiamo ancora bisogno di voi. In questo mondo senza più valori, credere in qualcosa è importante. Io personalmente non ho mai guadagnato soldi facendo musica e la mia più grande soddisfazione è e rimane quella di vedere la gente ai miei concerti felice di aver passato un po di tempo lontano dai problemi. Fino a che riuscirò in questo, Giga ci sarà sempre.


Francesco "Running Wild"