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MADE IN HELL FEST – 7/11/09 – ELVIS CLUB – STAGNO (LI)
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Livorno capitale dell’Heavy Metal per una sera. Questo lo slogan che ritengo possa definirsi appropriato per esprimere l’atmosfera che ha avvolto il debutto del Made In Hell Fest, festival voluto, organizzato e gestito in prima persona da Tiziano “Hammerhead” Sbaragli, vocalist degli Etrusgrave col patrocinio della casa madre del metal italiano d’eccellenza, ossia la My Graveyard Productions, etichetta per la quale ha inciso il 99% delle band che si sono esibite con grande impegno sul palco del simpatico e accogliente locale livornese, l’Elvis Club, dando così vita al primo festival che ha avuto come cornice le coste turistico – operaie dell’entroterra labronico, e che va così ad innalzare, lasciatemi passare un pizzico di orgoglio campanilista, la Toscana come terra amica agli eventi atti a consacrare il valore e l’orgoglio del Metal Italico, dopo lo splendido ricordo del Legends Never Die del 1 Maggio 2007, fino a ripercorre indietro nel tempo i ricordi che rimandano al mitico Certaldo 83.
La “prima” del Made In Hell Fest ha avuto come cassa di risonanza il privilegio di aver voluto dare ulteriore lustro sia a quelle band che non hanno ancora una grande storia alle spalle e la stanno scrivendo col sudore della fronte vista la loro giovane esperienza sul campo, sia a quelle che la stanno scrivendo al momento nonostante al loro interno vi risiedano personaggi e musicisti che hanno contribuito in maniera notevole a lasciare un’impronta rilevante nella storia dell’ Italian Metal seppur con nomi e realtà diverse da quelle in cui militano tutt’ora, che a band la cui storia è ormai avvolta da quell’alone mistico che stà a metà strada tra la leggenda e lo status di superstars.
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Tutte unite da un minimo comun denominatore; il fatto purtroppo dolente, di aver raccolto, indipendentemente dai loro anni di onorato servizio, meno di quanto seminato, causa una perpetua indifferenza da parte dell’audience italiana, sempre più ubriacata e rincretinita da qualsiasi bagliore estero, in molti casi nemmeno degni di fare la messa in piega ai protagonisti della prima edizione del Made In Hell Fest, ma si sa ormai che nel paese in cui viviamo sempre più remota e sempre più pia si rivela la speranza di vedere folle oceaniche accalcarsi e urlare a squarciagola i nomi di Dark Quarterer, Etrusgrave, Tarchon Fist, Alltheniko, Axe Vyper, Frozen Tears, e DARKING.
Proprio a questi ultimi, futuri cavalli di razza della scuderia My Graveyard Productions, è toccato l’ingrato compito di aprire le porte dell’inferno, portando sul palco la bravura e la maestria di una band che sa il fatto suo e si sia presentata come un nuovo interessante prospetto nel campo dell’Epic Metal. A guidare la band di Piombino vi è una vecchia conoscenza agli occhi dei più esperti, quell’Agostino Carpo già fondatore del primo nucleo dei Domine insieme a Enrico Paoli e oggi alla testa dei Darking, spingendoli con la sua esperienza ventennale come compositore e come chitarrista. Una mezzora di tempo è stata sufficiente a riscaldare il cuore dei presenti e a mettere in mostra le capacità qualitative e strumentali della band, alle prese con un Epic Metal solenne dai tratteggi ombrosi e accattivanti riportati nei loro brani. Ha destato un po di perplessità la prestanza del cantante Mirko Miliani, ancora acerbo a livello di presenza scenica ma che si è saputo comunque riscattare attraverso una prova superlativa al microfono, mettendo in mostra un’estensione vocale di tutto riguardo. A questo punto non resta che attendere con fiducia il loro lavoro già annunciato a fine show per la My Graveyard Productions, ma i Darking a mio modesto parere hanno già posato la prima pietra per edificare la loro credibilità agli occhi degli appassionati.
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Si è continuato a parlare nel linguaggio epico anche quando ad assaltare il palco è stata la veemenza e la goliardia degli AXEVYPER, in particolar modo non appena il trascinatore della band e la sua spalla, ossia Luca “Fils” Cicero e Guido “Tuberi” Tiberi hanno portato sul palco i loro rubicondi faccioni, arredatisi insieme al resto della combriccola col miglior look ottantiano possibile e rilanciando oltre modo i ricordi indietro nel tempo che fu. E’ inutile nasconderlo, io adoro questi ragazzi, li adoravo ai tempi degli Assedium e li adoro anche adesso. Se già gli Assedium potevano essere un perfetto incrocio tra le lamiere dell’Epic e i passaggi scultorei dello U.S Metal, con gli Axevyper il discorso si va a riempire se vogliamo ancor più di proselitismo epico come dimostrano i loro brani presenti sul loro myspace, provenienti dalla scuola dei Manilla Road, dei Cirith Ungol e dei gruppi cult europei e americani come Running Wild e Vicious Rumors che ancora oggi non hanno trovato un’impressatura su supporto ottico, ma anche come nel caso dei precedenti colleghi Darking, il loro debutto discografico non tarderà ad arrivare, sempre sotto l’attivissima label di Giuliano Mazzardi.
Uno show al fulmicotone grondante litri di epicità che hanno invaso la sala concerti dell’Elvis, impreziosita da un tributo personale dedicato alla memoria dei fratelli Cappanera, omaggiati con una versione un po traballante di “Viaggio in Inghilterra”.
Chi già conosce Fils sa che i suoi show sono u n perfetto incrocio tra cabaret ed energia dirompente da vero aizzatore di folle, una forza annullatrice di qualsiasi forma di democrazia che imprime uno status di vero regime musicale, una dittatura a cui il pubblico si è piacevolmente sottoposto supportando in massa l’esibizione del combo viareggino.
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Chiusa l’esibizione, è toccato all’unica band straniera presente al fest, i DARKEST ERA, provenienti dall’Irlanda del Nord al loro debutto in terra italica. Amici di lunga data dello stesso Tiziano Sbaragli che li ha voluti fortemente a rappresentare la voce dell’estero, si sono presentati praticamente come sconosciuti all’audience presente portando sul palco dell’Elvis il loro heavy metal ora un po dark ora un po classico applaudito dai presenti anche se l’assemblamento di questi stili diversi non è stato troppo condiviso da chi scrive.
La tenuta di palco è stata comunque eccellente ed energica per questo giovanissimo quintetto e chissà se magari un giorno non torneranno a essere protagonisti di una serata italica. Archiviata la breve parentesi straniera, il metal torna a parlare italiano con l’esibizione dei FROZEN TEARS, band fiorentina con un’esperienza decennale alle spalle e spesso protagonista quando c’è da far ruggire le chitarre negli eventi live. Non ho mai fatto mistero che il loro sound non abbia mai fatto breccia nel mio cuore, ritenendolo troppo elaborato e poco dinamico, pur riconoscendo in loro una buona preparazione tecnica ed esecutiva , ma sul versante live la band cerca comunque di difendersi egregiamente con uno show basato sia su estratti del loro fresco album “Slaves” e pezzi più o meno datati, infilando nel loro contesto anche due cover di Judas Priest e Iron Maiden, band a cui il sound dei fiorentini paga forse, a mio modesto parere, fin troppo un prezzo troppo alto.
Con gli ALLTHENIKO i ritmi si fanno incessanti giacchè la band vercellese, oramai un nome conosciuto anche in terra etrusca essendo alla sua terza calata toscana, si rende autrice di uno spettacolo sopra le righe, grazie anche a un sound martellante e siderurgico, che è valso loro l’appellativo di “Exciter italiani” vero a metà visto che nei loro solchi sono rintracciabili anche tratteggi più melodici che latitano nel sound della band di John Ricci e co. La forza degli Alltheniko sta nel talento di tre giovani musicisti che sul palco sprigionano la carica devastante di una band a più elementi, e le aspettative si sono rivelate in tal senso da quando si è scatenata ”Erased”; la band ha iniziato la solita macellazione di riffs al vetriolo e “drums shoot” che hanno devastato le orecchie dei presenti anche nelle seguenti “Dead Brain” “Feel the Power” e “Metal Unchained”, ossia gli specchi in cui il gusto spiccato melodico e la potenza del suono si riflettono in maniera concisa ed efficace. Dave “Nightfight” si è dimostrato come sempre un’ottima ugola anche se i sintomi dell’influenza sembravano non lasciargli molto range di azione, ma ha saputo esorcizzarla anche con le sue mimiche e interventi al microfono tra un pezzo e l’altro, mostrando così anche il lato esilarante e mai preso sul serio della band. Joe “Boneshaker” e Luke “The Idol” hanno fatto la loro parte in maniera egregia come sempre, accompagnando nota per nota, riff per riff, colpo su colpo, il cantato sfrenato di Dave e intascandosi così una meritata serata. C’è stato tempo anche per dedicare ai presenti la terremotante “Law Of The Stronger” e anche per loro un doveroso omaggio ai maestri della NWOBHM con “Painkiller” e “Princess Of The Night” e anche per gli Alltheniko si chiude il sipario della loro fortunata avventura labronica.
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Medesima fortuna l’hanno riscossa anche gli ETRUSGRAVE, band di casa, che non ha tradito le aspettative come sempre, supportati alla grande dai fans urlanti a cui spesso e volentieri Tiziano “Hammerhead” Sbaragli ha concesso la parola..pardon la voce, come accompagnamento alle loro melodie, composizioni di altissimo livello come “The Only Future” “Wax Mask” e “Dismal Gait”, ovvero i classici che fanno parte del loro debut album “Masters Of Fate”. Per la band di Fulberto Serena ho espresso nel recente passato parole di elogio che vengono confermate anche in questa sede; una macchina ben oliata e con tutti gli ingranaggi funzionanti che ha sciorinato in sequenza oltre che l’album d’esordio anche un nuovo pezzo già presente nella loro scaletta da tempo e che andrà a far parte del prossimo nuovo disco targato Etrusgrave, “Subulones” e chiusura affidata a “Angel Of Darkness”, antica song che segna i primi passi del ritorno di Serena e co.
Anche sui TARCHON FIST ormai ho detto e stradetto in lungo e in largo che quasi mi sembra di essere prolisso, ma visto e considerato che non posso esimermi dal contesto richiesto, cosa posso dire? Già stati di casa spesso in quel dell’Elvis, la loro serata è andata a segno nonostante i problemi tecnici iniziali avuto da JJ Sange e in generale da tutta la band, con un microfono che non ne voleva sapere di funzionare e un suono un po troppo impastato, passando tra i pezzi del nuovo album “Fighters” tra cui la title track, “Victims Of The Nations” e “Bad Situation” intervallati dai classici del debut album quali “Metal Detector” e “It’s My World”. La carica e l’energia dei Tarchon Fist è ormai attualità sulla bocca di tutti, avendo la band bolognese portato sui palchi di tutta Italia il loro metal quadrato e conciso, il cui nome ormai ha bisogno di ben poche presentazioni, se non quella di essere una delle heavy metal band italiane più costanti e prolifiche d’Italia, avendo all’attivo già due dischi in poco meno di quattro anni dalla sua fondazione. Livorno ha salutato con approvazione piena lo show di una band a cui da tempo viene servito un grande onore.
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Tra una nota e l’altra, non ci si è accorti che il tempo è scorso come sempre con velocità impressionante ed era ormai notte quando è spettato ai padri dell’Epic Metal italiano, che in altri tempi insieme a Fulberto Serena hanno scritto pagine importanti negli ormai lontani anni 80, ovvero i DARK QUARTERER, chiudere la serata. La classe non è acqua come recita il detto e anche chi non fa dei Dark Quarterer propriamente il suo pane quotidiano, deve inchinarsi davanti a cosiffatta classe e talento. Gianni Nepi e compagnia hanno sempre rappresentato il lato più “chic” del metal italiano, quello meno immediato e più di riflessione, quello più solenne e meno “stradaiolo”. La band piombinese ha sciorinato un set proponendo l’intero “Symbols” dall’inizio alla fine per poi sviare sui pezzi storici come “War Tears” “Retributioner” e “The Last Song”. Il momento magico dello show, al di là della bravura come sempre ostentata a ragione sul palco dal quartetto toscano ma esorcizzata per dal sempre simpatico carisma di Gianni Nepi, si è avuto proprio con la dedica di Nepi all’amico Fulberto Serena, a suffragio di grandi ricordi ed esperienze che i due artisti hanno passato insieme e come riprova che il passato ormai è alle spalle. Una nota a margine vorrei riservarla proprio a Gianni Nepi e Fulberto Serena; rivederli tornare a parlare insieme poco prima che il festival prendesse vita ed essere stato testimone oculare di questo ritrovato rapporto, mi ha fatto pensare fin da subito che il festival fosse già riuscito così. Gli amori e gli affetti spesso si sfaldano per tanti motivi, ma il tempo spesso aggiusta le cose, facendo anche riconciliare gli animi e fortunatamente le strade di Nepi e Serena si sono incrociate nuovamente, almeno sotto il profilo umano e personale. Per quel che riguarda invece l’aspetto organizzativo del festival, Tiziano Sbaragli e lo staff dell’Elvis Club si sono adoperati in maniera egregia e professionale per la buona riuscita dell’evento, evento che si spera di tutto cuore che possa rivedersi presto colorare di amaranto in una seconda edizione….sempre svolta nell’inferno!
Francesco "Running Wild" - Foto by Jo "Sweet Pandemonium"
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