PALABAM - Iniziamo col dire che finalmente mai come questa volta sia stata giusta quanto apprezzata la decisione dei promoter di voler uscire dal solito circuito "Milano –e basta", per far si che anche nuove location ed altre piazze abbiano la possibilità di accedere ai grossi eventi senza ogni qualvolta dover affollare un calendario già pieno di concerti, concentrati in un unico posto e che alla lunga finisce per penalizzare non solo le band ma i fans stessi, impossibilitati a poter spendere e seguire l’immensa proposta che gli si offre. Ben vengano quindi Mantova e Pordenone, città accoglienti, ben organizzate e nello specifico logisticamente ubicate in una posizione strategica visto che il Palabam è sito proprio a due passi dall’uscita del casello autostradale 'Mantova Nord', nessun traffico metropolitano da smaltire quindi e soprattutto ampi parcheggi gratuiti per tutti.
Ad aprire le danze di questo mini festival (quattro gruppi sono sicuramente tanti e di qualcuno ne avremmo volentieri fatto a meno) sono le Indica, giovane band finlandese composta da quattro avvenenti giovani donzelle che hanno proposto un pop rock gradevole, molto ritmico e caratterizzato da un violino imbracciato dalla cantante dal look in stile Cindy Lauper che ad un certo punto ha anche proposto la famosa “Cime tempestose” di Kate Bush (già splendidamente coverizzata a suo tempo dagli Angra di Andrè Matos).
Gradita la risposta del pubblico che ha tributato ancora di più la stupefacente prova dei Pain, sacrificati in scaletta visto che indubbiamente avrebbero meritato di suonare poco prima degli headliners, industrial metal unito a ritmiche molto trascinanti e coinvolgenti, sicuramente una band da seguire e supportare alla grande.
Ed eccoci alla nota stonata della serata, penso che tutti gli spettatori avrebbero fatto a meno della prova dei Volbeat, sia perchè l’attesa per gli headliners è stata veramente troppa, secondo perchè nel contesto generale della serata c’entravano poco, si dirà che a volte si usa fare così proprio per proporre gruppi avezzi ad un pubblico diverso ma attendere tre bands prima dei Nightwish mi è sembrato veramente snervante, senza contare che i loro sound, una sorta di rock'n'roll alla Elvis Presley unite a vocalizzi in stile Phil Lynnot (non vi scandalizzate) ed intervallate da frequenti accelerazioni non hanno entusiasmato l’audience del Palabam sebbene per educazione i fans abbiano dedicato anche a loro un dovuto riconoscimento.
E veniamo alle indiscusse star della serata. Con un palazzetto stracolmo in ogni ordine di posto (ma perchè i biglietti del terzo anello non sono stati venduti?) ad uno ad uno fanno il loro ingresso in scena, accolti da un’ovazione incredibile, i membri dei Nightwish. Sound potente e maestoso, ormai Tuomas, unitamente a Mark Jansen degli Epica è uno dei più grandi songwriter di musica (rock) sinfonica, sicuramente se entrambi fossero vissuti un paio di secoli orsono ai tempi di Mozart e Bach, probabilmente sarebbero entrati nell’olimpo dei grandi anche loro, tutto bello e grandioso ma sino ad un certo punto.
Purtroppo le recenti vicissitudini che hanno allontanato la precedente vocalist, l’immensa Tarja Turunen, hanno creato uno scompenso notevole all'interno dell'indirizzo musicale in cui i Nightwish parevano avviati, col risultato che a pagarne maggiormente le conseguenze è la pur bella, simpatica e volenterosa Anette Olzen, non proprio all’altezza del particolare sound che i Nightwish propongono dall’inizio della loro carriera. Benino (ma non ottimo) per i pezzi costruiti appositamente per lei, cioè quelli dello splendido “Dark Passion Play”, male invece per il resto del repertorio, dove non si può non fare a meno, dato i risultati, di dover fare i conti con il proprio passato.
La peculiarità dei Nightwish è sempre stata quella di esibirsi in “live” assolutamenti perfetti e senza una sbavatura, chi vi scrive ha avuto diverse occasioni di vedere la band ai tempi di Tarja e ciò che risaltava di più, ed è questo il motivo per cui i Nightwish hanno avuto tanto successo, era la perfezione assoluta con cui la band soleva esibirsi, dalle orchestrazioni sinfoniche esaltate del talentuoso Tuomas all’accompagnamento ritimico degli altri membri (soprattutto dall’avvento di Marco Hietala), fino ad arrivare a quell’elemento imprescindibile e valore aggiunto rappresentato dalla voce di Tarja, nata per essere la cantante dei Nightwish grazie al suo talento innato ed al suo stile lirico-operistico che poi ha fatto scuola, tanto che mi sono domandato se dal vivo, ogni qualvolta l'abbia ascoltata, stesse cantando in play back vista l’estensione vocale che ne ricalcava on stage quanto dimostrato in studio (laddove spesso ci sono dei trucchi). Ora invece non c’è niente di tutto questo ed è un peccato ascoltare grandi classici come “Nemo“ o "Wishmaster"quasi steccate o interpretate su toni più bassi. Penso che l’unica che avrebbe potuto sostituire Tarja senza che questo avesse penalizzato la band sarebbe potuta essere solo Simone Simmons degli Epica, se si è scelta un’altra strada allora si deve cambiare registro, non per niente, ora come ora, Marco Hietala si può cnsiderare un cantante quasi alla pari con Anette visto che più di una volta è accorso in suo aiuto in quello che ormai sta diventato il ruolo principale in questa band.
Dal prossimo album, grazie ad un repertorio maggiore, si dovranno tralasciare, in sede live, i vecchi lavori e puntare sulle nuove composizioni (come sembra dimostrare il nuovo live “Made In Honk Kong”) per non esporre a brutte figure Anette Olzen che sicuramente paga colpe non sue ma che se le cose dovessero continuare così rischierebbe solo di diventare un carpio espiatorio (chi si ricorda di Tim Owens e Blaze Bailey tanto osannati ai tempi della militanza nei Judas Priest e negli Iron Maiden e ingiustamente ripudiati a distanza e vittime loro stessi di errori altrui) e la bella svedese sicuramente non se lo meriterebbe, non sarebbe giusto nei suoi confronti nonostante il pubblico di stasera non l’abbia minimamente messa in discussione come è giusto che fosse, lo show è una festa collettiva e le critiche e le osservazioni si fanno in altra sede ed a freddo.
Appena terminato il concerto, queste mie riflessioni hanno trovato conferma sulla strada del ritorno allorquando in auto ho inserito il dvd di “End of Era”, che abisso, proprio il caso di dire “un’altra musica”, ma stasera mi sono divertito ed emozionato lo stesso, ed è quel che conta.