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INTERVISTA A DON AIREY – il simpatico tastierista inglese, attuale membro dei Deep Purple, ci accompagna in un viaggio musicale dai suoi esordi ai progetti futuri

15-11-2015 23:57 - INTERVISTE
E’ sempre un’ardua impresa riuscire a conoscere di persona e ad intervistare un musicista del calibro di Don Airey, con alle spalle una carriera costellata di innumerevoli successi ma soprattutto di collaborazioni importanti, con artisti che insieme a lui hanno contribuito a scrivere pagine fondamentali di tutta la storia del rock, da ormai più di quattro decadi: il socievole tastierista britannico rimane uno dei protagonisti indiscussi che, forse più di altri suoi illustri colleghi, hanno composto alcuni tra i classici assoluti del genere! Poche ore prima della sua attesissima esibizione, prevista per Venerdì 16 Ottobre 2015 sul prestigioso palco del Santomato Live di Pistoia (il cui report potete leggerlo qui), unica data italiana, abbiamo avuto l’onore di poter dialogare a tu per tu con questa autentica leggenda dell’hard’n’heavy: Airey si dimostra sin da subito molto cordiale, e con lui abbiamo avuto il piacere di ripercorrere insieme alcuni dei momenti fondamentali della storia del rock, che lo hanno visto militare in diverse formazioni, tra le più conosciute e rinomate del panorama mondiale! Il suo spiccato senso dell’ironia, molto “british”, ha fatto da collante ad un racconto ricco di aneddoti, ricordi, esperienze con artisti internazionali, da Ritchie Blackmore ad Ozzy Osbourne, passando per Randy Rhoads, Gary Moore, Jon Lord, Ian Anderson, Ronnie James Dio e molti altri ancora e non ultimo un pensiero rivolto anche alla sua carriera da solista e i progetti in cantiere per il nuovo anno!


Un ringraziamento particolare è rivolto a tutti coloro che hanno reso possibile questa fantastica esperienza: dal direttore artistico del Santomato Live, Tony De Angelis, a Maurizio Poggiali, ad Andrea Ranfa e a tutti i suoi eccezionali compagni di avventura! La seguente intervista è stata fatta in collaborazione con Roberto Manenti di METALFORCE.



Ciao Don, è un onore per noi di Vero Rock Italia, avere la possibilità di conoscere un artista di fama mondiale, quale tu sei! Ti ringraziamo per il prezioso tempo che ci stai dedicando. Prima di tutto, come è nata l’idea di diventare un musicista e a che età? E’ stata la tastiera il tuo primo strumento?

Quando avevo tre anni ho iniziato a suonare il pianoforte.

Ti ricordi del tuo primo concerto in cui suonasti? Dove e quando è avvenuto esattamente?
Mi esibii in una chiesa di Sunderland, il mio luogo di origine, con il mio gruppo dell’epoca, ci chiamavamo The Autums, e suonavo il piano, e avevo un organo Vox Continental, un bello strumento per quegli anni. Suonavamo pezzi dei The Beatles, dei The Kinks, dei Rolling Stones e in realtà anche del blues!


Quali sono state le tue influenze musicali? Gli artisti e le band che ti hanno profondamente ispirato?
Le mie principali influenze sono soprattutto la Newcastle Brown Ale (un tipo di birra inglese – n.d.r.) e i soldi! (ride). A parte gli scherzi, la mia prima influenza fu la musica classica: Chopin, Schumann, Bach, e sempre da ragazzo anche il jazz, con artisti quali Charlie Parker, Billy Evans, Jimmy Smith. Quando ero ragazzino c’era un negozio, dove lavoravo il sabato mattina: lavavano bottiglie per una farmacia, e i soldi che guadagnavo li andavo a spendere tutti in un negozio di dischi usati sempre li vicino! (ride). Acquistavo i titoli di musicisti quali Jerry Mulligan, Billy Evans, Jimmy Smith, John Coltrane, Charlie Parker e ovviamente i The Beatles.


Nella tua lunga carriera, hai collaborato con molte band importanti, tra cui i Rainbow! Come è nato questo connubio?
E’ tutto nato a casa di Ritchie (Blackmore – n.d.r.) nel Connecticut. E Cozy (Powell – n.d.r.) mi disse “Ti vogliamo nel gruppo!” e cosi io e Ritchie ci mettemmo insieme a provare alcune idee, io ero al Clavinet, lui alla chitarra, e scrivemmo immediatamente in pochi minuti “Difficult To Cure” prendendo ad ispirazione la Nona di Beethoven. Subito dopo componemmo “Eyes Of The World”, di cui Ritchie aveva già un riff ed alcuni accordi. Ecco come abbiamo iniziato: un pomeriggio insieme a casa sua!


E invece con i Jethro Tull nella seconda metà degli anni ’80? Come sei entrato in contatto con Ian Anderson?
Andai da loro per un’audizione, visto che stavano cercando un tastierista in quel periodo: iniziai subito a suonare e lui mi fermò dicendomi “Fantastico! Adesso suoniamo anche qualcosa di Don Airey!” e cosi diventai un membro della band. Fu un gran bel provino quello, oltretutto l’ho incontrato di recente a Ian Anderson, sono in buoni rapporti con lui. Ritengo sia un autentico genio, ma al contempo un uomo strano!


Più strano di Ritchie Blackmore?
Siamo più o meno sugli stessi livelli! (ride)

Parlaci adesso della tua collaborazione storica con i Judas Priest durante le registrazioni del loro monumentale “Painkiller” ad inizio ’90. In che modo hai contribuito ad arricchire il loro sound a livello compositivo? Hai partecipato alla composizione dei singoli brani?
No, con loro sono stato in studio per due intere settimane, in Francia, ho una buona amicizia con loro da molto tempo, e fui molto contento di quella collaborazione. So però che hanno avuto svariati problemi con quell’album, sia durante che dopo le registrazioni.


Sappiamo bene della tua esperienza anche con Ozzy Osbourne!

Questo non me lo ricordo, sai! (ride)

Scherzi a parte, sei stato uno dei membri della sua prima formazione sul disco d’esordio ( “Blizzard Of Ozz” del 1980 –n.d.r.), insieme al compianto Randy Rhoads, scomparso prematuramente. Come vuoi ricordarlo in particolare?
La prima volta che ci incontrammo fui subito colpito dal fatto che voleva parlare sempre di Gary Moore, essendo lui un grande fan di Gary! E’ stato veramente un musicista incredibi-le. Pensa che addirittura quando venne a mancare, lo stesso Eddie Van Halen disse “ab-biamo perso il miglior chitarrista che sia mai esistito”!


A proposito di Gary Moore, appunto, anche con lui hai avuto modo di suonare in passato, non è vero?
Si, certo, però lui invece non voleva che parlassimo di Randy (Rhoads – n.d.r.), non so il motivo, chissà, forse era geloso che lo conoscessi o cose simili! (ride)

E’ nota anche la tua lunga amicizia con Jon Lord, un altro eccezionale musicista, scomparso solo pochi anni or sono, con cui, se non ricordo male, suonasti anche dal vivo insieme a fine anni ’80, giusto?

Certo, con lui facemmo una sola cosa assieme, “Wind In Willows” nel 1991, e fu fantastica! Guarda, a proposito di Jon, voglio raccontarti una cosa bellissima: eravamo in tour con i Deep Purple nel 2009 a Tokyo in Giappone, e Jon invece era in Corea, ci sentimmo per telefono e cosi venne a trovarci nel backstage, ma nessuno degli spettatori ne era a conoscenza, pensa c’erano all’incirca cinquemila persone, tutto pieno insomma. Così, al termine del mio assolo di tastiera, si accesero magicamente tutte le luci, e Jon salì sul palco, e l’incredulità della gente presente esplose in un lungo e intenso applauso, e così attaccò a suonare! Ma la cosa ancora più incredibile ed inaspettata fu che il suo promoter, Mr. Udo, un’autentica leggenda, venne dicendomi: “Don-san, sei il numero uno!”, al che immediatamente replicai rispondendo: ”No, è Jon il vero numero uno!” Cos’altro aggiungere? Era veramente difficile non essere amici con una persona come Jon, una delle più care e squisite che ricordi!


Certo, ed immagino che anche con Ronnie James Dio hai avuto un rapporto speciale. Cosa vuoi dirci di lui?
Come no, il giorno in cui entrai ufficialmente nei Rainbow anche Ronnie era li a casa di Ritchie (Blackmore – n.d.r.). Mentre stavo suonando con Ritchie e Cozy (Powell – n.d.r.), chiesi loro: “Ma e il cantante?” e Ritchie mi rispose “E’ andato!”, mimando il gesto della sigaretta, io quindi pensavo fosse tornato a casa, mentre invece era a fumare fuori, dietro la porta, e appena uscii mi sentii chiamare: “Ciao Don, sono Ronnie!” Fu questo il nostro primo incontro insomma (ride). No, era veramente un ragazzo simpatico e divertente Ronnie, senza alcun dubbio!


Quale è la cosa o una delle cose più divertenti che ti sono capitate nella tua lunga e prolifica carriera da musicista, e che hai piacere a condividere con noi?

Oh, bè vediamo, sicuramente mi sono capitate diverse cose divertenti mentre suonavo con Ozzy Osbourne. Ricordo in particolar modo un episodio: un giorno, eravamo in albergo a Chicago, precisamente nella lobby, dove c’erano diverse piante, suppellettili e cose simili. Ozzy, come al solito, era fuori di se completamente e scherzando, cercava di nascondersi, ed io e Tommy Aldridge cercavamo di prenderlo! (ride). Ma stranamente Ozzy era molto più veloce di quello che realmente sembrava, e cosi Tommy inciampò e cadde prima sulle piante e poi nella fontana, robe veramente assurde, ma fu alquanto divertente come episodio!


Ti è capitato poi di incontrarti nuovamente con Ozzy di recente?
Bè proprio di recente no, l’ultima volta che ci siamo incontrati è stato all’incirca una decina di anni fa, è stato molto amichevole, Ozzy è una persona veramente fantastica!

Adesso una domanda importante. Hai mai pensato a cosa vorresti fare da grande?
Vorrei semplicemente continuare a suonare il mio piano ed andare a vedere le partite della mia squadra di calcio per cui tifo, il Sunderland FC!

Hai delle collaborazioni o alcuni progetti importanti per il nuovo anno di cui vuoi parlarci?
Sai, sono sempre indaffarato in qualcosa, di recente sono al lavoro su di un album con diversi brani suonati e registrati col piano che spero vedrà la luce l’anno venturo, poi ovviamente dovrò lavorare al nuovo album dei Deep Purple, un altro album con la mia band, e naturalmente spero che i fan mi chiamino per suonare in qualche altro bel posto qui in Italia a breve (ride).


Allora avremo a breve la grande opportunità di rivederti in Italia con i Deep Purple, il prossimo mese di Novembre, con una data anche a Roma!
Oh certo, bè che dire….adoro tanto Roma!

Siamo dunque arrivati all’ultima domanda di questa indimenticabile intervista. Grazie ancora per la grande opportunità che ci hai concesso. Vorresti lasciare un messaggio a tutti i giovani musicisti contemporanei, che suonano in un’epoca assai diversa da quella in cui iniziasti tu molti anni fa?

Quando ero un giovane studente del Music College, avevo un’insegnante di piano polacco, bravissimo musicista, ed era solito redarguire dicendoci:”Pratica! Pratica! Pratica! Solo l’esercizio! Niente pub, niente cinema, niente ragazze, niente libri e televisione! Esercizio! Esercizio! Fino a quando la faccia non ti diventa blu!” (imitando l’accento straniero dell’insegnante - n.d.r.).
E’ il migliore ma soprattutto l’unico consiglio che mi sento di mandare ai giovani musicisti che iniziano a suonare. E’ alquanto difficile riuscire ad emergere e a vivere con la musica, ma soprattutto perché oggi la gente non si esercita più come un tempo, ma tende ad aggirare il problema usando i pro tools e molti programmi al computer. E’ veramente una cosa terribile….terribile! Ho avuto modo di conoscere queste cose virtuali parlando con alcuni ingegneri del suono negli ultimi tempi: sono cose agli antipodi rispetto al mio modo di concepire la musica, questo perché appunto la gente non si esercita sullo strumento come invece avveniva quando iniziai a suonare!


Fonte: Raffaele Pontrandolfi



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