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LIVE REPORT-MICHAEL SCHENKER’S TEMPLE OF ROCK: il “folle” chitarrista teutonico in una divampante performance sul palco del Crossroads di Roma

25-12-2015 22:57 - CONCERTI
Pavic: Aleks Ferrara (basso), Antonio Aronne (batteria), Joe Calabro (voce), Marko Pavic (chitarra)
Pavic: Joe Calabro (voce) e Marko Pavic (chitarra)
Pavic: Joe Calabro (voce), Antonio Aronne (batteria) e Marko Pavic (chitarra)
Pavic: Antonio Aronne (batteria) e Marko Pavic (chitarra)
Pavic: Lorenzo Antonelli (tastiere), Joe Calabro (voce), Aleks Ferrara (basso), Antonio Aronne (batteria), Marko Pavic (chitarra)
Pavic: Lorenzo Antonelli (tastiere)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Doogie White (voce) e Michael Schenker (chitarra)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Wayne Findlay (chitarra/tastiere), Francis Buchholz (basso) e Michael Schenker (chitarra)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Doogie White (voce)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Wayne Findlay (chitarra/tastiere), Michael Schenker (chitarra) e Francis Buchholz (basso)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Francis Buchholz (basso) e Doogie White (voce)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Michael Schenker (chitarra) e Francis Buchholz (basso)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Doogie White (voce) e Michael Schenker (chitarra)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Michael Schenker (chitarra)
Michael Schenker’s Temple Of Rock: Francis Buchholz (basso) e Herman Rarebell (batteria)
Non poteva essere altrimenti, soprattutto per un evento di tale portata, l’attesa spasmodica da parte delle centinaia di appassionati, che aspettavano con ansia uno dei concerti più importanti dell’anno solare 2015: il ritorno nella capitale del leggendario Michael Schenker, uno dei chitarristi, che più di tanti altri suoi colleghi, ha contribuito in modo fondamentale all’evoluzione di tutto il mondo dell’hard rock, dai suo albori nei primissimi anni ’70, fino all’apice durante la decade successiva! Il “biondocrinito” axeman in più di quattro decadi è stato una colonna portante di alcune delle band più rappresentative del genere: dai suoi esordi con gli Scorpions, in coppia col fratello Rudolph, alla sua ascesa con gli UFO di Phil Mogg e Pete Way, fino alle più “recenti” incarnazioni con i suoi MSG e adesso con i suoi Temple Of Rock! E il gruppo che lo accompagna per l’occasione può a pieno titolo definirsi un autentico “tempio della musica dura”, visti i nomi di spicco del panorama internazionale che ne compongono l’ossatura: alla sezione ritmica troviamo due autentici colossi, Francis Buchholz (basso) ed Herman Rarebell (batteria), entrambi colonne portanti degli Scorpions in tutto il loro periodo aureo, mentre alla voce il compito è affidato al carismatico Doogie White (ex Rainbow, Yngwie Malmsteen, Tank, ecc.), ed infine il non meno noto Wayne Findlay (chitarra/tastiere), membro fisso negli MSG da più di quindici anni. Con questa formazione di alto profilo, il buon Michael ha prodotto due dischi di pregevole fattura, l’ultimo dei quali, “Spirit On A Mission” (2015), uscito sul mercato discografico da pochi mesi. Era pressocchè ovvio dunque aspettarsi un’accoglienza delle più calorose, viste le premesse e i nomi degli artisti presenti per questo tour europeo, che ha visto il suo felice epilogo proprio Sabato 5 Dicembre 2015 nella prestigiosa e rinomata location del Crossroads Live Club di Roma, da tempo uno dei luoghi di culto per tutti gli appassionati della buona musica nella Capitale e nel paese in generale.


Pavic

L’arduo compito di rompere il ghiaccio e di scaldare gli animi dei primi spettatori arrivati, e che man mano stanno sempre più riempiendo il locale, tocca alla giovane band capitolina guidata dall’istrionico chitarrista di origine serba Marko Pavic: il gruppo è comunque presente sulle scene già da circa dieci anni ed ha all’attivo tre album ("Taste Some Liberty" del 2005, “Unconditioned” del 2008 e l’ultimo “Is War The Answer?” del 2014), e vanta varie prestigiose collaborazioni (Kee Marcello, Tony Franklin, Vitalij Kuprij, ecc.) oltre ad aver condiviso il palco con band di livello internazionale quali Iron Maiden, Alter Bridge, Opeth solo per citarne alcune. La setlist della serata è incentrata quasi totalmente sui brani di re-cente produzione, dalla loro ultima fatica uscita sul mercato poco più di un anno fa: l’avvio è affidato all’arrembante “Miracle Man”, dal loro secondo disco, dove ai riff corposi di chitarra fa da controcanto un calibrato uso degli effetti da parte di Lorenzo Antonelli (tastiere), con un bridge centrale più soft e un assolo finale di ottima fattura. Si passa poi alla tagliente “Is War The Answer?”, titletrack dell’ultimo lavoro, stilisticamente molto vicina alla produzione recente dei Black Label Society di Zakk Wylde: la prova di tutti e cinque i musicisti è perfetta per verve e intensità, forse l’unico neo può essere l’uso di suoni più moderni che hanno fatto storcere il naso a più di qualche nostalgico della prima ora, ma che comunque costituiscono da sempre il loro marchio di fabbrica. “Every Time I Die” continua sulla stessa scia delle precedenti, alternando parti più lente ad altre più calde e dense di melodia: buona anche la prova del nuovo frontman, Joe Calabro, che dimostra tutte le sue capacità canore, forse un po’ troppo incentrate su uno stile poco datato, molto vicino in alcuni frangenti all’alternative metal, ma che comunque dimostra di saper tenere bene il palco. “Song For The Rain” invece è una sorta di ballad strappalacrime, introdotta da un bell’arpeggio iniziale di chitarra, con una dolce melodia centrale, mentre con la successiva “Notorious”, cover dei Duran Duran, il quintetto ha voluto rileggere un classico di Simon Le Bon e soci, in chiave sempre contemporanea, sia nel cantato che nella parte strumentale: le ritmiche funky delle strofe sono suonate con perizia da parte di tutti i membri, e Marko ci offre nuovamente un estroso solo di chitarra, che ben sintetizza la sua ottima tecnica e il suo variegato background musicale. “In Your Eyes” ci riporta su lidi sonori più consoni al combo romano, e la successiva “Ghost In A Trash Machine” risulta alquanto trascinante nel refrain come negli arrangiamenti finali. Il loro show si conclude con “Welcome To My World”, che ricorda lontanamente in alcuni passaggi qualcosa dei Soundgarden e degli Alter Bridge, e con l’ultima martellante “Your Own Misery”, dove assistiamo all’ennesima prova positiva anche della sezione ritmica composta da Aleks Ferrara (basso) e da Antonio Aronne (batteria), autentiche macchine da guerra! Al termine della loro esibizione i cinque ragazzi ricevono applausi meritatissimi, sia da parte dei loro aficionados e sia da chi magari non li aveva mai sentiti prima, per la grinta e la passione che hanno dimostrato avere, soprattutto in un evento importante come questo.


Pavic setlist:

“Miracle Man”
“Is War The Answer?”
“Every Time I Die”
“Song For The Rain”
“Notorious” (Duran Duran cover)
“In Your Eyes”
“Ghost In A Trash Machine”
“Welcome To My World”
“Your Own Misery”


Michael Schenker’s Temple Of Rock
E dopo l’ascolto di suoni più duri e moderni, ma pur sempre apprezzati, si passa finalmente al momento clou della serata, mentre il locale si è ormai quasi del tutto riempito, con centinaia di fan del chitarrista tedesco, giunti per l’occasione sia dall’hinterland romano che da fuori regione, per questa attesissima seconda ed ultima data del suo tour italiano. Oltre agli appassionati storici, che hanno vissuto di persona le gesta dell’ecclettico Schenker nel corso della sua lunga carriera, ci sono anche molte giovani leve, ansiose di vedere dal vivo e di toccare con mano una delle figure simbolo di tutta la storia del rock duro! L’adrenalina è già a mille tra il pubblico quando in sottofondo partono le prime note di pianoforte della celeberrima “Doctor Doctor” degli UFO, sapientemente eseguite dal “tuttofare” Wayne Findlay, bravo nel destreggiarsi sia con le tastiere che nelle ritmiche di chitarra, prima dell’ingresso in scena uno ad uno di tutti i componenti: dal fondo appaiono i due pilastri ex Scorpions, Buchholz e Rarebell, due autentiche icone, che sin da subito si dimostrano all’altezza della loro fama, mentre poi è il turno di White al microfono, ed infine ecco entrare l’attesissimo Michael, accompagnato da una grande ovazione dei presenti. E’ chiaro sin da subito che questa sarà una nottata difficile da poter facilmente dimenticare, che rimarrà per sempre impressa nei cuori dei fan, soprattutto tra i fortunati delle prime file, ai quali tra un solo e l’altro il biondo di Sarstedt, concede rapide ma riconoscenti strette di mano. Dopo questo graditissimo tuffo nel passato, si ritorna, solo momentaneamente, nel presente con “Live And Let Live”, opener del loro ultimo album, dalle ritmiche veloci, dove il buon Doogie ci offre un’ottima prova delle sue capacità canore. Ma se da un lato i brani della sua recente produzione da solista, quali “Where The Wild Winds Blow” o le successive “Before The Devil Knows You’re Dead” e “Victim Of Illusion”, rendono molto in sede live e vengono assai apprezzate dagli spettatori, è però solo con i classici del calibro di “Lights Out” o di “Natural Thing” del repertorio UFO, che tutto il pubblico va letteralmente in visibilio, cantando all’unisono ogni singola parola! “Lovedrive” e soprattutto la strumentale “Coast To Coast” ci riportano al suo breve, ma prolifico, periodo Scorpions: l’esecuzione è magistrale da parte di tutti i membri della band, anche se è evidente come svetti su chiunque la prestazione e la presenza del colosso teutonico, sia nei soli con la sua fiammante Dean Flying V, ormai uno dei simboli della storia del rock, e sia nei momenti più goliardici in cui gioca con le prime file. Non essendo una persona granché loquace di natura, il chitarrista tedesco preferisce farsi apprezzare soprattutto per le sue estrose abilità come musicista più che come oratore, lasciando invece quest’ultimo compito al frontman: White ci ringrazia sentitamente per essere accorsi a questo evento, e ci introduce ad altri due brani tratti dall’ultimo disco, l’energica ma melodica “Vigilante Man” e la più dura “Saviour Machine”. E’ evidente come il cantante scozzese, pur dimostrando di avere delle doti vocali sopraffine, si trovi molto più a suo agio sui pezzi a cui ha personalmente collaborato più che nella rilettura dei capolavori originariamente interpretati da gente come Klaus Meine (Scorpions) o Phil Mogg (UFO): nonostante però le giustificate difficoltà, l’ex voce dei Rainbow riesce a regalarci una performance ineccepibile, sia su tonalità medie che in acuti strepitosi. Si ritorna poi indietro nel tempo con la conosciutissima “Too Hot To Handle”, eseguita alla perfezione da ciascun musicista e cantata all’unisono da tutto il pubblico. Si prosegue con “Lord Of The Lost And Lonely”, dal primo album con i Temple Of Rock, mentre l’apice della serata arriva con le super hit “Rock You Like A Hurricane”, del repertorio della sua ex band di Hannover (anche se all’epoca della sua pubblicazione era già uscito da diversi anni –n. d. r.) e l’immancabile “Rock Bottom”, classico della sua precedente avventura con gli Alieni di Phil Mogg: entrambi i pezzi rendono l’ambiente ancora più elettrizzante, riscuotendo applausi scroscianti da tutti gli spettatori!
L’audience è al settimo cielo, sembra quasi essere incredula di fronte ad uno spettacolo di questo livello, sia per bravura esecutiva che soprattutto per i cinque nomi altisonanti presenti sul palco, a pochi metri di distanza da loro: dopo un piccolo break per rifiatare, sentendo tutto il locale richiamarli a gran voce, i cinque musicisti tornano nuovamente per il bis finale, e si riparte col botto: una “Attack Of The Mad Axeman” da capogiro, che, proprio per riprendere il titolo alla lettera, ci offre tutta la scoppiettante energia del “folle” Maestro della sei corde, sempre pronto ad interagire con le prime file, prima a distanza e poi avvicinandosi con i suoi tipici passetti, oramai entrati anche loro di diritto nella storia di questo inimitabile artista! “Communion” è il brano giusto per fare da apripista al gran finale riservato alla travolgente e scoppiettante “Blackout”, intonata da tutti all’unisono, al termine della quale piovono applausi meritatissimi per tutti e cinque i componenti ma in particolare per l’Asso Teutonico, che ancora una volta ha deliziato i suoi adepti come solo lui sa fare, da più di quattro decadi a questa parte, con soli veloci e arrangiamenti ricercati e mai scontati.


Michael Schenker’s Temple Of Rock setlist:

Doctor Doctor (UFO cover)
Live And Let Live
Lights Out (UFO cover)
Where The Wild Winds Blow
Natural Thing (UFO cover)
Before The Devil Knows You’re Dead
Victim Of Illusion (MSG)
Lovedrive (Scorpions cover)
Coast To Coast (Scorpions cover)
Vigilante Man
Saviour Machine
Too Hot To Handle (UFO cover)
Lord Of The Lost And Lonely
Rock You Like A Hurricane (Scorpions cover)
Rock Bottom (UFO cover)
Attack Of The Mad Axeman (MSG)
Communion
Blackout (Scorpions cover)


Quando si ha la possibilità di assistere ad esibizioni di questo genere, tenendo a pochi centimetri di distanza delle autentiche pietre miliari di tutta la storia del rock, è alquanto arduo descrivere con parole le intense emozioni che si sono provate durante tutto il corso di questo spettacolo: forse l’unico rammarico da parte di tutti i fan è stato quello di non es-sere riusciti a conoscere di persona e a salutare anche solo per una foto o qualche autografo il protagonista indiscusso della serata, Michael Schenker, che al termine dello show si è magicamente eclissato, lasciando però un ricordo indelebile nella mente e nei cuori dei numerosi presenti, accorsi appositamente per omaggiare una leggenda della musica come lui. Un ringraziamento finale va, come di consueto, a tutto lo staff del Crossroads, che si rivela per l’ennesima volta la cornice ideale per ospitare eventi di questa portata!





Fonte: Raffaele Pontrandolfi



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