28 Settembre 2020
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MARILLION @ Roma, Auditorium Parco Della Musica – un sogno progressivo in perenne evoluzione!

10-10-2017 00:21 - CONCERTI
A dispetto di chi, tra i vari detrattori e gli scettici, li dava oramai già da diversi anni al capolinea, soprattutto perché assai lontani dal loro tipico sound degli albori, a cui i fan della prima ora sono ancora legati, la band di Steve Rothery appare invece nuovamente capace di regalare forti emozioni e di poter a gran voce continuare ad essere un punto di riferimento per i futuri sviluppi di un genere, come per l´appunto è il progressive, per sua stessa natura ibrido e aperto a svariate derive!

La serata di Martedì 3 Ottobre 2017 ne è stata la dimostrazione di quanto già accennato in precedenza, regalando quasi due ore e mezza di musica ed effetti visivi agli incantati spettatori dell´Auditorium Parco della Musica di Roma, presenti a migliaia nella capiente Sala Santa Cecilia: come è ben noto già da tempo, il legame che intercorre tra i fan italiani e la band di Aylesbury è alquanto forte e indelebile, ed è vistosamente mostrato dalle schiere di supporter con tanto di sciarpa del fan club italiano The Web, attivo da anni nell´organizzare eventi e convention per tutti gli appassionati di questo gruppo, capostipite della cosiddetta corrente neoprogressive britannica, durante gli anni ´80 assieme ad altre formazioni del calibro dei Pallas, dei sottovalutatissimi Twelfth Night e degli IQ. Dopo questo breve preambolo, atto a farci immergere lentamente nelle atmosfere che andremo di qui a poco a rivivere insieme, abbiamo potuto constatare come, a distanza di poco più di un anno dal loro memorabile concerto tenutosi al Teatro Romano di Verona lo scorso Settembre 2016, il gruppo britannico continui a meravigliare tutti gli appassionati con uno spettacolo che è veramente difficile descrivere a parole: reduci da un lungo tour mondiale per la promozione del recente e bellissimo Fuck Everyone and Run (F E A R), uscito poco più di un anno fa per la earMUSIC, il combo capitanato dal carismatico Steve Hogarth è ritornato in Italia per ben due date, a Roma il 3 e a Milano il 4 Ottobre, per continuare la promozione del loro ultimo lavoro, oltre a riproporre brani dal loro vasto repertorio. Per tutti gli amanti del primo periodo della band, la cosiddetta Fish-era, sicuramente il concerto non ha riservato alcuno spazio ma non si può di certo biasimare il gruppo inglese per questa scelta, visto il vasto repertorio all´attivo con ben 14 album dall´uscita del gigantesco frontman scozzese, oramai quasi trent´anni or sono: i cinque musicisti ci hanno dunque offerto uno spaccato di quello che è stato ed è tutt´oggi una vera e propria rinascita, che ha sancito e continua ad offrire prove brillanti a livello compositivo oltre che in sede live. L´evento, organizzato come di consueto dalla Rock´n´Roll Eventi, è stato sicuramente un successo eccezionale, visto il folto numero di presenti che ha invaso con compostezza l´ampia Sala Santa Cecilia!

Marillion
L´atmosfera che si respira, in attesa di gustarci questo spettacolo imperdibile, è di quelle riservate ai grandi concerti, con intere famiglie e diverse generazioni presenti, dai fan più accaniti ai novizi amanti del progressive rock, curiosi di conoscere finalmente un gruppo che ha scritto pagine importanti della storia della musica! Sono le 21 in punto quando ecco calcare il palcoscenico uno ad uno i musicisti che prendono subito possesso dei loro strumenti: per primo Mark Kelly (tastiere) e Steve Rothery (chitarra) poi a seguire tutti gli altri, durante una breve intro strumentale. Il loro show sarà diviso in tre atti, il primo dei quali affidato interamente alla riproposizione quasi completa del loro ultimo disco, ad eccezione dell´ultima traccia (Tomorrow´s New Country – n. d. r.): si parte quindi con le atmosfere suffuse di "El Dorado: I. Long-Shadowed Sun", sulle quali si adagia la voce calda di Steve Hogarth (voce, chitarra, tastiere) e sono sin da subito brividi che corrono lungo le schiene di tutti noi presenti, così come sulla dolce "El Dorado: II. The Gold", condita da un lungo assolo di Rothery, che fa da apripista alle oscure e melodrammatiche sonorità di "El Dorado: III. Demolished Lives", dove spiccano le tastiere e gli effetti sonori profusi da Mark Kelly (tastiere) e da Pete Trewavas (basso), entrambi molto silenziosi ma sempre precisi ed encomiabili per tecnica ed energia espressa. Si arriva così ad uno dei brani più caratteristici del nuovo lavoro, "El Dorado: IV. F E A R", dove la melodia dei ritornelli è sicuramente uno dei punti di forza, trascinando tutti quanti in un cantato prolungato, così come l´ultima breve sezione "El Dorado: V. The Grandchildren of Apes", solo piano accompagnato da voce e da un arpeggio soffuso di chitarra, prima di lasciarci abbracciare in un saluto collettivo da parte di Hogarth, che ci presenta la realistica "Living in FEAR" ricordandoci come sia dedicata al loro paese che sta vivendo un periodo molto difficile (questo brano è stato infatti un vero e proprio preludio alla Brexit del Regno Unito – n. d. r.): la voce toccante di Steve esprime tutto lo stato di ansia e frustrazione che oramai ci circonda da mesi, ma sempre con il giusto distacco ed emotività, su cui torna a più riprese la sei corde di Rothery, con un altro dei suoi assoli da applausi! Dopo questo gradito anche se sofferto estratto melodico, si passa alla seconda sezione del disco, ovvero The Leavers, suite dedicata al mondo a volte effimero ed egoistico degli artisti: i loop ipnotici architettati dal sagace Kelly ci catapultano in un universo sonoro dove la psichedelia 2.0 e l´elettronica la fanno da padrona, soprattutto nell´iniziale "The Leavers: I. Wake Up in Music", prima della coda pianistica di "The Leavers: II. The Remainers", preludio della melodia avvolgente di "The Leavers: III. Vapour Trails in the Sky", classico pezzo del secondo periodo della band, con suoni caldi e inebrianti, per poi sfumare nella cullante "The Leavers: IV. The Jumble of Days", nuovamente caratterizzata da una presenza di suoni maestosi e magniloquenti, coadiuvati da un uso certosino degli effetti visivi che accompagnano ogni singolo passaggio del brano sullo sfondo retrostante il palco. La toccante "The Leavers: V. One Tonight", introdotta da un suono soffuso di pianoforte, chiude questo secondo capitolo dell´album tra gli applausi scroscianti di tutta l´audience dopo il trascinante coro finale "We Come Togheter" su cui si innesta un solo fantastico di Steve Rothery! E´ nuovamente l´ugola di Hogarth ad introdurci nella altalenante "White Paper", dove a parti più lente e sinfoniche si alterna-no intermezzi elettrici, prima di entrare nella terza ed ultima sezione del loro ultimo disco: come ci rivela il buon Steve Hogarth, questa suite è dedicata invece ai nuovi potenti ricchi dell´ex Unione Sovietica e al potere delle banche che stanno distruggendo il mondo se alcuno scrupolo verso il resto dell´umanità, a partire dalla malinconica "The New Kings: I. Fuck Everyone and Run", i cui toni cupi sono arricchiti dall´hammond e dai pad orchestrali di Kelly, così come nella seguente "The New Kings: II. Russia´s Locked Doors", dove il cantato quasi recitato ci dipinge questo terribile scorcio sul mondo contemporaneo. Sul suggestivo assolo di chitarra passiamo invece prima a "The New Kings: III. A Scary Sky", dove gli arrangiamenti di chitarra arpeggiata e i tappeti sonori di tastiera sono gli ingredienti caratteristici, mentre è un attacco arrembante di Rothery a condurci verso il tetro finale con "The New Kings: IV. Why Is Nothing Ever True?", capace di lasciarci con un interrogativo senza risposta sul futuro che ci attenderà in un mondo governato dal dio denaro e dai nuovi potenti: al termine sono tantissimi i fan che si alzano per un´ovazione generale verso i propri beniamini, con tanto di sciarpe d´ordinanza! Dopo l´ennesimo ringraziamento generale, il gruppo si congeda per una breve pausa ricreativa, prima di rientrare in scena per una seconda parte della serata dedicata alla riproposizione di alcune perle della loro produzione post ´89: si parte con la struggente "The Space..." (dal primo lavoro con Hogarth Seasons End del 1989 – n. d. r.), introdotta dagli archi orchestrali per poi sfociare in un mid-tempo cadenzato, eseguito con la ben nota maestria nonostante la semplicità compositiva, il brano risulta a distanza di quasi tre decadi ancora fresco come fosse uscito ieri. Ma in una serata magica come questa che stiamo vivendo non poteva certo mancare un tributo ad un artista scomparso solo il giorno prima, il leggendario Tom Petty, che ha scritto capitoli importanti per tutto il mondo del rock: "Afraid Of Sunlight", dal loro omonimo lavoro del 1995, è un degno saluto ad uno dei più grandi cantautori statunitensi, così come la seguente e toccante "The Great Escape" (dal precedente disco Brave, tra i più amati della band – n. d. r.), dove le parole di Hogarth volano alte nel cielo, mentre giochi di luce ci piovono addosso, rendendo quasi metafisica l´atmosfera che stiamo respirando! Come già ricordato in precedenza, è alquanto impossibile riuscire a trovare parole calzanti che descrivano nella loro interezza lo spettacolo totale che si vive ai loro concerti, un connubio artistico tra musica ed effetti visivi, così come l´inaspettata ma tanto richiesta "Easter", probabilmente il loro brano più celebre del secondo periodo, dedicata come di consueto al popolo irlandese, questa perla è intonata da tutta la sala, sia platea che galleria, all´unisono, un vero e proprio inno di pace e di rinascita, sulla quale si staglia la chitarra granitica di Rothery, autentico Capolavoro della serata: ed è a dir poco da lacrime anche il divertente siparietto che si è creato tra un appassionato e indomato spettatore e i musicisti che lo incitano ad avvicinarsi a più riprese mentre la security prova in tutti i modi a redarguirlo, fino a quando il simpatico Marco Mazzocchi, noto conduttore sportivo della RAI presente in sala, lo conduce quasi danzando a sedere in primissima fila a fianco a lui! Insomma di sorprese questa serata ne ha regalate veramente tante, come pure l´acustica sinfonia di "Man Of Thousand Faces", dal loro sottovalutato This Strange Engine (1997), con una melodia a dir poco trascinante, accompagnata dal battito delle mani di tutti i presenti, dove ancora una volta Kelly ci regala una prova eccezionale di tutte le sue capacità tecniche, con un assolo di pianoforte da incorniciare. La band ringrazia i numerosi spettatori per l´affetto e il calore riservatogli, fingendo di chiudere definitivamente lo show con l´inattesa "Go!" (dall´incompreso e sperimentale "marillion.com" del 1999 – n. d. r.), che parte da lidi più sincopati per poi evolversi in un crescendo continuo, dove trova spazio tutta l´estrosa classe dei cinque componenti e in particolare degli aurei arrangiamenti a firma Rothery, vera anima della band; ma l´eccitazione dei presenti è veramente al settimo cielo a tal punto da richiamare ripetutamente il gruppo a tornare in scena per il bis finale. Ed eccoci accontentati con due brani da quel capolavoro che porta il nome di Marbles (2004), prima con l´enigmatica ed eterogenea "The Invisible Man", dove Hogarth appare prima su un mega schermo vestito da professore con tanto di occhiali, per poi calcare il palco di fianco ai suoi colleghi per questa prolungata esecuzione, ed infine con la tanto bramata "Neverland", diventata oramai un must in tutti i finali dei loro show, vero manifesto di quello che è il sound odierno di questa formazione leggendaria: altro brano di notevole durata che mette nuovamente in mostra il volto attuale di una band che, pur non rinnegando il glorioso passato delle origini, ha voluto osare in questi ultimi trent´anni mettendosi sempre in gioco sia a livello di immagine e sia di sonorità e continuando ad emozionarci e stupirci ancora oggi!

Marillion setlist:

"El Dorado: I. Long-Shadowed Sun"
"El Dorado: II. The Gold"
"El Dorado: III. Demolished Lives"
"El Dorado: IV. F E A R"
"El Dorado: V. The Grandchildren of Apes"
"Living in FEAR"
"The Leavers: I. Wake Up in Music"
"The Leavers: II. The Remainers"
"The Leavers: III. Vapour Trails in the Sky"
"The Leavers: IV. The Jumble of Days"
"The Leavers: V. One Tonight"
"White Paper"
"The New Kings: I. Fuck Everyone and Run"
"The New Kings: II. Russia´s Locked Doors"
"The New Kings: III. A Scary Sky"
"The New Kings: IV. Why Is Nothing Ever True?"
_______________________

"The Space..."
"Afraid Of Sunlight"
"The Great Escape"
"Easter"
"Man Of Thousand Faces"
"Go!"
_______________________

"The Invisible Man"
"Neverland"


Al termine di uno spettacolo di tale portata rimane veramente ben poco da aggiungere: oggi giorno è veramente difficile riuscire ad emozionarsi per un connubio artistico senza confini, ricco di suoni legati alle parole e alle immagini, come quello che da anni ormai ci riserva il gruppo britannico, che come dicevamo prima non ha mai pensato di adagiarsi sugli allori del glorioso passato degli esordi, ma che anzi ha voluto e continua ancora oggi a sperimentare nuove derive sonore e forme espressive, senza mai risultare scontato o banale. Per chiunque creda ancora nella musica come una forma d´arte olistica e ricca di mille sfaccettature e derive stilistiche, questo concerto è risultato certamente un toccasana, mentre per chi si aspettava invece una scaletta con all´interno estratti dal periodo con Fish alla voce, la delusione è stata cocente ma assolutamente comprensibile e giustificabile: è inutile riesumare un passato che, pur non essendo mai rinnegato dai quattro membri originali, non sarebbe di certo al passo con quelle che sono ad oggi le evoluzioni sonore del gruppo anglosassone. Vorrei infine cogliere l´occasione per ringraziare ufficialmente l´amico Guido Bellachioma (direttore artistico del Planet Live Club, Progressivamente, PROG Italia, Suono, Classic Rock, ecc.) che ha supportato da mesi questo evento, con cui è sempre un piacere trascorrere queste serate a dir poco "perfette" all´insegna della musica di qualità, oltre ovviamente all´organizzatore Eugenio Greco della Rock´n´Roll Eventi che ha voluto nuovamente puntare su concerti di qualità notevole, ed infine tutto lo staff dell´Auditorium Parco della Musica, disponibile e cortese nei nostri confronti come sempre! Con la speranza di poterli rivedere al più presto in terra italica ci godiamo il ricordo di questa notte fantastica, dove il combo inglese ci ha dimostrato di essere ancora vivo, vegeto e soprattutto in una forma pressoché invidiabile: chapeau!




Fonte: Raffaele Pontrandolfi



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