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MENDOZA: il 59enne bassista, ex Whitesnake e Thin Lizzy sul palco del Jailbreak (RM)

12-02-2015 20:08 - CONCERTI
Non è sicuramente frequente conoscere e avere il piacere di poter assistere alla performance di un artista come Marco Mendoza, dal background assai variegato, con alle spalle più di 25 anni di carriera, condita da collaborazioni di grandissimo prestigio: dagli esordi con i Blue Murder di John Sykes (ex Whitesnake e Thin Lizzy), alla reunion dei Thin Lizzy, ai dischi e tour con Ted Nugent, David Coverdale e successivamente con i Whitesnake, seppur per un un breve periodo, fino ai Soul SirkUS insieme a Neal Schon (Journey) e a Jeff Scott Soto (Y. Malmsteen, Talisman, ex Journey). A distanza di pochi anni dalla sua ultima performance sul palco del Crossroads, eccolo di ritorno nella città eterna per l´ultima data del suo tour italiano, in data 17 Gennaio 2015, prima di partire per una serie di concerti in alcuni club e locali in Germania. Il musicista californiano è accompagnato per l´occasione da due strumentisti di grandissima perizia tecnica ed esperienza con altri artisti internazionali: Nazzareno Zacconi (chitarra) e Pino Liberti (batteria). Il trio ci regala una serata piena di forti emozioni, in cui, come in tutte le migliori esibizioni, l´interazione e il feeling con l´audience è stata la carta vincente!
Ecco dunque il report della serata, realizzato anche con il prezioso contributo di Roma Daily News. Buona lettura!

Forevermore (Whitesnake Tribute Band)


In apertura di serata, prima dell´evento tanto atteso dai molti rockers capitolini e non, tocca ai romani Forevermore scaldare gli animi dei presenti: la band, capitanata da Carlo Catelli (voce), riesce a coinvolgere il pubblico, sebbene ancora seduto ai tavoli, con un repertorio che va a pescare tra i maggiori classici del "Serpente Bianco" di sua maestà David Coverdale. La partenza è delle migliori: con un classico del genere come "Gimme All Your Love", tratto dal celeberrimo omonimo "Whitesnake"(1987), forse il disco di maggior successo commerciale e di vendite del combo anglosassone. I riff arrembanti del duo alle chitarre composto da Filippo Murgia e da Federico Murgia, ci trascinano in questo brano, con assoli da capogiro: certo, non è assolutamente semplice emulare la bravura di mostri sacri della sei corde quali John Sykes e Adrian Vandenberg, ma nonostante tutto, i due riescono abbastanza bene nel rendere giustizia al pezzo.

Neanche il tempo di riprendersi, ed ecco la volta di un´altra hit autentica,"Slide It In", del 1984, il cui ritornello è intonato da tutti i presenti: buona la prova canora di Catelli, che riesce a districarsi bene sia nelle parti più basse che in quelle più alte, pur avendo, a mio giudizio, una timbrica assai più simile a Ian Gillan dei Deep Purple che a Coverdale. Dal sottovalutatissimo "Slip Of The Tongue" (1989) è eseguita invece "Judgment Day": essendo un pezzo assai particolare e sinfonico, il lavoro alle tastiere di Paolo Castellani risulta preziosissimo e veramente ben riuscito, non facendoci rimpiangere le orchestrazioni e gli effetti di Don Airey. Forse la scelta del brano non è stata delle più felici, soprattutto per i molteplici soli di chitarra, in cui non risulta assolutamente facile emulare Steve Vai e Vandenberg, ma nel complesso la prova è più che dignitosa. Si torna indietro nel tempo di circa dieci anni con il mid-tempo "Walking In The Shadow Of The Blues": ottimo l´intro e tutte le parte di hammond suonate con notevoli capacità e personalità da Paolo Castellani, e anche qui Catelli ci regala una prova a dir poco da brividi. Dal terzo capitolo della band, "Ready An´ Willing" (1980), è tratta la title track, in cui è la sezione ritmica ad avere il ruolo principale: buoni gli stacchi precisi di Guido Cascone (batteria) ma soprattutto il groove cadenzato di Giordano Latini (basso), sostituto temporaneo del bassista ufficiale Leo Cuomo.

E non poteva di certo mancare nel loro repertorio la super ballad "Here I Go Again", uno dei picchi di fine anni ´80, eseguita in modo impeccabile: i cori centrali sono cantati da tutto il pubblico, che si fa sentire anche nelle strofe, andando a ritmo con le mani. Avendo dovuto tagliare la scaletta prevista per la serata per problemi di orario, eccoci quindi all´ultimo pezzo, "Still Of The Night", eseguito forse nel momento peggiore: sicuramente uno dei brani più complessi, e difficili da rendere in sede live a livello canoro, per chiunque, e, nonostante qualche pecca, ecco salire sul palco a duettare l´ospite tanto atteso, Marco Mendoza. I presenti accolgono il bassista americano con una grande ovazione e alla fine si fanno sentire con tanti applausi, meritatissimi per questa band, che ancora una volta ha pagato il giusto tributo alla carriera di Mr. Coverdale e di tutti i fantastici musicisti che con lui hanno portato in auge per decenni il "Serpente Bianco".

Forevermore set list:
Gimme All Your Love
Slide It In
Judgement Day
Walking In The Shadow Of The Blues
Ready An´ Willing
Here I Go Again
Still Of The Night (feat. Marco Mendoza)



Marco Mendoza Band

Cambio di palco alquanto rapido ed ecco salire il trio acclamato a gran voce dai presenti, che, in men che non si dica, si accalcano in massa per far sentire il proprio sostegno all´ospite della serata e ai suoi compagni di avventura. Assai colpito dall´accoglienza ricevuta, Mendoza saluta simpaticamente tutti i presenti in un inglese condito da alcune parole in spagnolo e in italiano, e manifesta apertamente tutta la sua felicità nell´essere ritornato nuovamente a suonare in Italia e in particolare a Roma.

Il repertorio proposto per l´evento è incentrato principalmente sui brani del suo unico lavoro solista, "Live For Tomorrow" (2007), album prodotto e suonato da lui e Richie Kotzen (The Winery Dogs, ex Poison e Mr. Big), con la collaborazione di musicisti e amici del calibro di Steve Lukather (Toto), Doug Aldrich (ex Hurricane e Whitesnake), Ted Nugent, Tommy Aldrige (Ozzy Osbourne, Motörhead, Whitesnake, Thin Lizzy, ecc.) solo per citarne alcuni. Si inizia dunque con l´opener "Let The Sun Shine", tratta dal suo disco, in cui l´ugola del bassista inizia a scaldarsi, soprattutto nel refrain centrale: nonostante la versione in studio sia suonata da autentiche leggende del rock appena ricordate, l´esecuzione da parte dei due musicisti di supporto, Pino Liberti (batteria) e Nazzareno Zacconi (chitarra), è assai vicina all´originale, soprattutto nel solo finale. La vena melodica del brano è certamente uno degli ingredienti principali che riesce a destare immediatamente l´attenzione anche dei pochissimi rimasti seduti, rendendoli da subito partecipi. Dall´omonimo album di debutto del suo amico Ted Nugent (1975) è tratta "Hey Baby", brano dal sapore molto southern e rock´n´roll: il timbro di voce di Marco Mendoza è assai caratteristico, e a tratti ricorda anche i grandi nomi del Blues del Mississipi. Di notevole fattura anche il solo di Zacconi, che riesce a strappare diversi applausi soprattutto tra le prime file. Si ritorna al disco del 2007 con "Lettin´ Go", improntata su ritmiche prettamente funky, in cui oltre ad ottimi arrangiamenti di chitarra, spicca nuovamente la prova canora del bassista statunitense, che riesce a modulare bene la voce, sia nelle strofe che nei ritornelli. Ed ecco invece ora un pezzo dalla vena tipicamente blues, tratto dall´album solista di Neal Schon, "Piranha Blues" (1998), al quale Mendoza ha collaborato: ancora una volta il chitarrista di Macerata ci stupisce nell´estrosità con cui esegue un lunghissimo solo, soprattutto con molta personalità nel reinterpretare il brano del celebre chitarrista americano. Con "Still In Me", passiamo ad un lento, in cui tutte le doti vocali e la versatilità interpretativa del virtuoso bassista ci offrono una prova da applausi: si percepisce, soprattutto nel suo repertorio da solista, una cura alquanto encomiabile per quanto concerne la composizione e gli arrangiamenti di tutti gli strumenti, e in questo caso siamo di fronte a un brano ben riuscito, dal sapore quasi soul. Dopo questa canzone strappalacrime, l´artista di San Diego cerca di rivitalizzare i presenti, raccontandoci di essere in un buon momento di vita, uscito da circa vent´anni dal tunnel dell´alcohol e delle droghe, e manda un sincero messaggio a tutta l´audience: amate la Musica e vivetela in tutte le sue sfaccettature, tutto il resto lasciatelo stare!

Dopo questo breve intermezzo, eccolo proporci una rilettura di un classico senza tempo, "I Feel Good" di James Brown, uno dei suoi artisti di riferimento, come appunto ci racconta, insieme a Louis Armstrong. In questa riproposizione, Marco si rivela non soltanto un ottimo musicista, ma anche un grande performer e intrattenitore: improvvisa alcuni balli in stile afro-americano (come nel film dei "The Blues Brothers" per intenderci), oltre ad invitare tutti noi a schioccare le dita per portare il ritmo, o addirittura a rispondere ad alcune fantastiche improvvisazioni vocali. Si torna al nostro amato Hard Rock con il riff massiccio di "Look Out For The Boys", sempre dal suo album solista, in cui la prova di Pino Liberti, dietro le pelli, è ricompensata da tantissimi applausi: è apprezzata da tutti la destrezza del batterista campano, che si conferma essere un musicista poliedrico e versatile, soprattutto nel solo dove sprigiona tanta energia e dimostra un feeling innato col proprio strumento!

Nonostante l´ora tarda, tutto il pubblico chiede a gran voce altri pezzi, e la band non tarda ad esaudire il desiderio: viene eseguita per l´occasione la celeberrima "Higher Ground", di Stevie Wonder, altro compositore a cui Mendoza è molto legato. Qui riesce infatti a esprimere tutta la sua perizia strumentale, soprattutto negli arrangiamenti e negli slap durante le strofe. Certo, la versione originale è arricchita dai fiati e dalle tastiere, ma anche questa rilettura, nel suo genere, riesce assai gradita: anche qui il rocker californiano coinvolge tutti nel battere le mani e nel portare il ritmo e la sua richiesta è immediatamente recepita da tutti noi! Dopo averci allietato la serata con tanta classe e tanta buona musica, siamo arrivati al termine dello show, e in chiusura viene eseguita "Your Touch", sempre dal suo repertorio solista ("Live For Tomorrow"): brano dal carattere molto orecchiabile e rockeggiante, che risulta molto apprezzato dai presenti e che conclude nel miglior modo possibile una prestazione che difficilmente dimenticheremo!

Marco Mendoza Band set list:
Let The Sun Shine
Hey Baby (Ted Nugent cover)
Lettin´ Go
Hole In My Pocket (Neal Schon cover)
Still In Me
I Feel Good (James Brown cover)
Look Out For The Boys
Higher Ground (Stevie Wonder cover)
Your Touch



Un evento che ha sicuramente soddisfatto appieno le aspettative dei tanti fan accorsi per questa tappa capitolina dell´estroso bassista americano, soprattutto per la genuinità e la spontaneità con le quali un artista del suo calibro riesce a porsi con l´audience: come abbiamo potuto constatare di persona, è impossibile non riuscire ad essere totalmente coinvolti dal suo affetto verso gli spettatori, dalle tante improvvisazioni che ci ha offerto e dalla sua profonda passione per generi di musica, assai variegati. A fine concerto, infatti si dimostra molto disponibile a stringere la mano e a conoscere tutti i presenti, concedendo foto e autografi molto volentieri. Un ringraziamento speciale va rivolto al Jailbreak, che si conferma sempre più un punto fisso per tutti gli appassionati di musica di qualità nella capitale, organizzando delle serate come questa, all´altezza di belle sonorità e di grandi artisti di caratura internazionale.




Fonte: report di Raffaele Pontrandolfi - foto di Roberto Manenti



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