25 Ottobre 2020
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Supertramp's ROGER HODGSON - Alassio (SV), Piazza Paccini - Breakfast in Italy!

28-09-2019 00:52 - CONCERTI
Lo scorso Martedì 27 Agosto, Roger Hodgson – co-fondatore, compositore e voce storica dei Supertramp – si è esibito ad Alassio (Savona), nell’unica tappa italiana del suo “Breakfast in America 40th Anniversary World Tour”.

Il concerto si è svolto nell’ambito dell’evento denominato “When We Where Kids 2019”, giunto alla sua terza edizione, preceduta dalle due rassegne autunnali del 2017 (in cui si sono esibiti artisti del calibro di Tony Hadley, Boney M e Village People - n. d. r.) e del 2018 (che ha visto la partecipazione di Cristopher Cross, di Kid Creole and the Coconuts e degli Earth Wind and Fire - n. d. r.). La prima edizione si è tenuta a Borgo Barusso, dallo scorso anno la location si è spostata nella centralissima Piazza Paccini.
La novità più evidente di quest’anno è stata il cambiamento della data - il 27 agosto e non più a ottobre - dovuto alla disponibilità in questo periodo dell’artista e della sua band impegnati, da maggio a novembre, in un estenuante tour mondiale di ben 53 tappe in Europa e 10 in Canada. Guarda caso, l’ultima tappa del tour 2019 cadrà il giorno 29 novembre, data che segna il quarantesimo anniversario del concerto del tour di Breakfast in America tenutosi al Pavillon de Paris ed immortalato per la prima volta sul DVD di recente pubblicazione “Live in Paris ‘79”.

L’altra novità è stata quella di focalizzare l’evento non su un gruppo bensì su un unico artista, data l’importanza e il prestigio del nome per la vastità del suo repertorio quando militava nei Supertramp: “School”, “Dreamer”, “Fool’s overture”, “Give a little bit”, “Breakfast in America”, “Take the long way home”, “It’s raining again” e l’immancabile “The logical song”, tutti brani che hanno segnato indelebilmente un’epoca, accompagnando musicalmente le generazioni a seguire.
È rimasta, invece, immutata la formula che abbina il concerto al pacchetto enogastronomico. Un tratto cittadino di via Dante, da Piazza Paccini all’incrocio con via Diaz, è stato chiuso al traffico per consentire l’allestimento di un elegante ristorante all’aperto, con cento tavoli da dieci persone ciascuno.
Il tour, come accennato all’inizio, celebra il quarantennale dalla pubblicazione - e relativa tournée - dell’album “Breakfast in America”, uno dei più fortunati bestsellers del rock contemporaneo (l’album più venduto nell’intero anno 1979 e quasi 20 milioni di copie complessivamente vendute ad oggi), espressione della capacità di sintetizzare al meglio sperimentazione e canzone.

L’album, tuttavia, è l’ultimo sforzo compositivo di rilievo della band. Dopo (capo)lavori del calibro di Crime of the century (1974), Crisis, what crisis? (1975) e Even in the quietest moments (1977), “Breakfast in America” ne rappresenterà l’apice commerciale e compositivo e, al tempo stesso, aprirà la strada al divorzio consensuale tra gli unici due compositori del gruppo, Roger Hodgson e Rick Davies.
Il canto del cigno di Hodgson al timone dei Supertramp, “Famous last words” (1982), pur trainato da una festosa hit da lui stesso scritta “It’s raining again”, non riuscirà a ripetere le gesta commerciali né ad eguagliare il valore compositivo del predecessore. Al termine di quella tournée, Hodgson abbandonerà il gruppo, senza farvi più ritorno nemmeno per una reunion con i vecchi compagni, per perseguire una carriera solista che lo vedrà pubblicare appena tre album in studio “In the eye of the storm” (1984), “Hai Hai” (1987) e “Open the door” (2000) e, nel mezzo, un disco dal vivo “Rites of passage” (1997) cui parteciperà anche il figlio Andrew.

Tuttavia, dopo una prolungata assenza dai palcoscenici per ragioni famigliari, a partire dall’inizio del nuovo millennio Hodgson ritornerà a calcare le scene con costante regolarità, cimentandosi in lunghe tournée in tutto il mondo.Veniamo alla serata. L’aria che si respira, com’è immaginabile, è quella delle grandi occasioni: la venue è sold out e gli oltre 2.000 fans accorsi da molte parti d’Italia ma anche dalla confinante Francia per ascoltare la musica dei Supertramp, iniziano a rumoreggiare, estenuati dalla lunga attesa. Purtroppo, il concerto inizia in netto ritardo rispetto all’orario previsto causa una confusa riattribuzione dei posti conseguente alla cancellazione - da parte della Commissione comunale di Pubblico Spettacolo ai cui lavori partecipa il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco - di un intero settore di posti per ragioni di sicurezza (cosi riferisce agli assegnatari uno degli addetti preposti alla organizzazione della serata).
Poco prima delle 22.15, terminata la performance di “beat art” del support act, formato dal sassofonista sanremese Gabriele Zeppegno (noto come Gabry Sax), affiancato dall’artista alassino Rudy Mascheretti, noto come Rudy Mas, la situazione lentamente si normalizza e lo show può avere inizio.
Finalmente salgono sul palco dapprima i membri della band: Ray Coburn alle tastiere, Michael Ghegan alle tastiere, sax, clarinetto, armonica, melodica (una variante dell’armonica a bocca) e fisarmonica, David J. Carpenter al basso e Bryan Head alla batteria. I fischi per il ritardato inizio si tramutano in ovazione quando sul palco sale Hodgson, visibilmente soddisfatto e in forma fisica smagliante.

Immancabile brano d’apertura è la stupenda “Take the long way home”: la tensione del breve intro strumentale, sul quale si innesta l’arpeggio alla tastiera Roland, si dissipa con l’ingresso dell’armonica. Tuttavia, l’atmosfera festosa della musica non riesce a celare il senso di disagio e di solitudine allorquando il protagonista della storia (probabilmente autobiografica) rientra a casa dopo le luci e l’adrenalina dello show: “…when lonely days turn to lonely nights / you take a trip to the city lights / and take the long way home / does it feel that you life’s become a catastrophe? Oh, it has to be for you to grow, boy…”. Il brano alterna fitti dialoghi strumentali - organo e chitarra a dettare il ritmo con il piano e il clarinetto che si inseriscono - per terminare con un breve quanto intenso assolo di armonica dal sapore blues.
Hodgson si alza in piedi per andare ad occupare il centro del palco, salutando il pubblico con un “ciao ragazzi!” e chiamando a sè la voce di Radio Montecarlo Nights, Nick The Nightfly, pseudonimo di Malcolm MacDonald Charlton, disc jockey, cantante e musicista scozzese che nel frangente aiuta Hodgson a comunicare con il pubblico.

Con la chitarra acustica in spalla, partono i primi accordi della suggestiva “School”, brano di apertura di “Crime of the century”, e la mente ritorna indietro nel tempo al periodo più sperimentale dei Supertramp. Il testo parla di uno scolaro visto attraverso gli occhi di un genitore, preoccupato non solamente per il futuro del figlio ma soprattutto per i metodi un pò troppo repressivi del sistema scolastico anglossassone: “…I can see you in the morning when you go to school / don’t forget your books, you know you’ve got to learn the golden rule / teacher tells you stop your play and get on with your work / and be like Johnnie-too-good, don’t you know he never shirks / he’s coming along!...” Il brano è un susseguirsi di intrecci sonori tra piano, tastiere, sax e armonica. Benchè venga eseguito a velocità ridotta rispetto all’originale, non difetta di pathos.
Hodgson introduce “Breakfast in America” in italiano: “… due giorni fa ho fatto colazione in America, ma oggi ho fatto una colazione fantastica in Alassio!”. Il monumentale pezzo pop non mostra minimamente il peso degli anni anche soprattutto alla suadente voce di Hodgson, ancora quasi intatta rispetto alle origini e alla breve coda strumentale al sax ad impreziosire il tutto. Hodgson chiede in inglese quanti si ricordino dell’album “Crisis, what crisis?” e quanti abbiano voglia di fischiettare insieme a lui. “Easy does it” è il brano ideale per un perfetto siparietto con il pubblico che fischietta collettivamente mentre il cantante sussurra dolci liriche “…And if you know who you are / you are your own superstar and only you can shape the movie that you make / so when the lights disappear and only the silence is here / watch yourself, easy does it, easy does it, easy while you wake…”.

L’incantesimo prosegue con “Sister moonshine”. La splendida ballata irrompe al termine di Easy does it, analogamente a quanto avviene sull’album. L’esecuzione del pezzo è musicalmente più lenta e liricamente più soffusa, quasi sussurrata, rispetto all’originale. Da brividi gli estemporanei ingressi di armonica, chitarra elettrica e il conclusivo assolo di sax che consente al talentuoso Michael Ghegan di giganteggiare su tutti.
Lo show prosegue con un brano del repertorio solista dell’artista, quella “Lovers in the wind” tratta dall’album “In the eye of the storm”. Il tema principale della struggente ballata è l’amore, che Hodgson presenta come “… la cosa più importante nella vita per la quale talvolta occorre lottare per tenersela stretta…”: “…Time is always on the run we’ve only just begun lovers in the wind / life is all we have to share you know we must take care lovers in the wind...”. Liriche e musica tanto semplici quanto profonde e toccanti in quanto attinenti alla sfera dei sentimenti. Si prosegue con “The logical song”, che viene eseguita senza alcuna presentazione. L’iniziale accordo alle tastiere è sicuramente tra i più riconoscibili dell’intero repertorio Supertramp. Punto di forza del brano è l’irresistibile melodia del ritornello che trascina tutti quanti in un cantato prolungato.

“Lord is it mine” viene preceduta da una lunga presentazione in cui Hodgson confessa di condurre una vita meravigliosa, circondato dalla sua musica che, a suo dire, viene compresa anche dai popoli latini in quanto proveniente direttamente dal cuore. La felicità che traspare dalle sue parole viene interamente riversata nelle strofe della splendida ballata, anch’essa tratta da “Breakfast in America”, magistralmente eseguita al piano e nella quale fanno capolino dapprima una strofa di organo e successivamente un celestiale assolo al clarinetto.“Death and a zoo” è l’unico brano della serata tratto dall’album “Open the door”. Hodgson ne illustra brevemente la genesi - scritta in Bretagna, missata a Genova – chiedendo al pubblico quanti conoscano l’album da cui è tratta e ironizzando su quanti pochi siano quelli che abbiano risposto affermativamente alla sua domanda. Il brano si apre con versi campionati di animali esotici che lasciano progressivamente spazio alle sofferte liriche “…Hey what would you do, caught between death / death and a zoo? / what if your world was stuck in a cage / would you feel rage boy? / Caught in a crossfire, stung by the cold wire would it feel lonely...”. L’artista si pone nei panni dell’animale che viene catturato, chiedendosi se sia preferibile una vita in gabbia oppure la morte. Il messaggio è di chiaro stampo animalista: la natura va ammirata, rispettata e assecondata. La fase centrale del pezzo è caratterizzata da un lungo fraseggio tribale di batteria che si arresta per lasciare nuovamente spazio alla sofferente voce di Hodgson.

Al placarsi degli applausi si intravvedono le prime note alla chitarra acustica di Even in the quietest moments, uno dei brani più prog scritti da Hodgson al pari di “School”. Il capolavoro tratto da “Even in the quietest moments” è caratterizzato dall’alternarsi di una fase iniziale e finale lenta e riflessiva in cui spicca ancora una volta il clarinetto ad un nervoso ed ipnotico intermezzo elettrico, nella migliore tradizione progressive.
A questo punto il pubblico è invitato ad alzarsi in piedi e a ballare sulle note di “Had a dream (sleeping with the enemy)”, pezzo tratto dal suo repertorio solista. “…Had a dream I was born took me naked in the eye of the storm and now it’s standing right in front of me what’s it gonna do to me? Who knows?..”. Le note e le liriche dell’energica ballata rock vogliono esorcizzare le paure per l’incerto futuro che attende Hodgson lontano dalla creatura Supertramp, futuro che assume le sembianze di una tempesta che viene affrontata a viso aperto “…I don’t care what the future brings give a damn about anything I’d be fine if they’d only leave me alone...”. Il ritornello viene pennellato dalle note di un’elettrica a tratti ululante. Si ritorna indietro al 1979 sulle note di una rabbiosa “Child of vision”, annunciata da una tesa intro di tastiere, breve assolo di batteria, atmosfere post-prog, intrecci vocali, un convincente lungo assolo jazzy alle tastiere del canadese Ray Coburn su cui s’insinua il sax dell’omnipresente Ghegan. La performance vocale di Hodgson è tra le migliori della serata. Ad una breve introduzione dei membri della band fa seguito “Don’t leave me now” altra ballata da cui traspare la vena malinconica di Hodgson: il protagonista impreca la persona amata di non lasciarlo solo “…Don’t leave me now leave me out in the pouring rain With my back against the wall Don't leave me now…”, seguita dalla leggiadra “Dreamer”, in cui Hodgson manifesta qualche piccola difficoltà nel cantare in falsetto ma viene magistralmente supportato nei cori dalla band per il resto del brano.

Non poteva esserci chiusura del set più magistrale della suite “Fool’s overture”, la più epica scritta da Hodgson. Il brano ha un andamento crescente. l’intro alle tastiere dispiega la sua magica bellezza e lascia incantato il pubblico. Dopo questo delicato avvio, un estratto pre-registrato da un discorso di Winston Churchill introduce il tema principale della tastiera prima dell’ingresso della voce quasi sofferente di Hodgson, subito contrappuntata dal piano. L’apoteosi finale, con i cori e le tastiere che tornano a prendere il sopravvento. Ricorre uno dei tipici espedienti dell’artista: l’idea di affidare inizialmente il ritornello al piano o alle tastiere, lasciando che la voce torni a intonarlo in un secondo momento, quando è già entrato nelle orecchie dell’ascoltatore.
A questo punto, il rituale impone che la band abbandoni il palcoscenico per essere nuovamente accolta dall’ovazione del pubblico che viene ricompensato con due bis: “Give a little bit”, dolce ballata tratta da “Even in the quietest moments” impreziosita dai meravigliosi cori della band e dal tormentone pop “It’s raining again”, brano che, con le sue atmosfere leggere e spensierate, sintetizza perfettamente gli anni ottanta. Nel giro di tre minuti o poco più (la durata del brano) il destino del protagonista muta radicalmente, passando da incubo a sogno.

Nel mezzo dell’esecuzione dei due bis, la tela dipinta da Rudy Mascheretti durante il support show - raffigurante il cantante sorridente con la chitarra acustica in spalla accompagnato dalla sua band - viene autografata da Hodgson che si congeda dai presenti non prima di aver sentitamente ringraziato organizzatori e spettatori per l’affetto e il calore dimostratogli, con la solenne promessa di ritornare a fare presto tappa nella cittadina di Alassio, luogo da lui stesso definito incantevole (“… domani la band parte per la Germania, io resto qui!...)”.
In conclusione, una serata magica in cui Hodgson ha deliziato il pubblico radunatosi per rivivere l’emozionante musica composta quando militava nei Supertramp. Mancano all’appello la tenera “Hide in your shell” e “The meaning”, ma va benissimo così.


Supertramp's ROGER HODGSON setlist:

"Take the Long Way Home"
"School"
"Breakfast In America"
"Easy Does It"
"Sister Moonshine"
"Lovers In The Wind"
"The Logical Song"
"Lord Is It Mine"
"Death and Zoo"
"Even In The Quietest Moments"
"Had A Dream (Sleeping with The Enemy)"
"Child Of Vision"
"Don't Leav Me Now"
"Dreamer"
"Fool's Overture"

Encore:

"Give A Little Bit"
"It's Raining Again"






Fonte: Raffaele Sestito



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